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      Mauro Del Giudice: un magistrato contro il regime fascista

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      di Teresa Maria Rauzino
      da Critica Sociale N.11/nuova serie Giugno 2025, 57-59

      Quando per Roma si sparse la voce che il 10 giugno 1924 «una banda di criminali fascisti» aveva rapito il deputato socialista Giacomo Matteotti,  Mauro Del Giudice ebbe l’immediata premonizione che «una tegola stesse per cadere sulla sua povera testa». A quel tempo, era presidente della IV sezione penale della Corte di Appello e della Sezione d’Accusa.

      Il magistrato, nativo di Rodi Garganico, aveva allora 67 anni.  Non ebbe paura di assumere un’istruttoria scottante che coinvolgeva il direttivo del PNF (Partito Nazionale Fascista) e il Duce. Superando ogni difficoltà, in 4-5 mesi Del Giudice raccolse una grande mole di  materiale probatorio, portando alla luce le responsabilità degli indiziati.

      Purtroppo un’iniziativa improvvida del direttore del “Popolo” Giuseppe Donati, che denunciò per il delitto  Matteotti il capo della polizia senatore De Bono, comportò l’avocazione del processo al Senato, costituitosi in Alta Corte di Giustizia. Gli atti dell’indagine in corso furono tolti a Del Giudice e restituiti soltanto 6 mesi dopo: ma a quel punto il procuratore aggiunto Tancredi, che lo aveva supportato fortemente nell’istruttoria, era stato trasferito ed il suo superiore (e amico fraterno) Donato Faggella, abbandonandolo, gli diede la certezza dell’isolamento. Del Giudice fu “promosso per essere rimosso” – promoveatur ut amoveatur – e trasferito da Roma a Catania.

      Il processo Matteotti, trasferito a Chieti, si concluse nel 1926 con condanne risibili per gli imputati: 5 anni 11 mesi e venti giorni, ridotti da una provvidenziale amnistia  a pochi mesi.

      In Sicilia Del Giudice non restò a lungo, soltanto 11 mesi. Allo scoccare dei 70 anni, fu mandato in pensione. Certamente sentiva ancora dentro di sé lo sconforto per il destino dell’istruttoria Matteotti, che tanto gli era costata in termini di stress psicofisico, ma non rinunciò a testimoniare su quanto era accaduto.

      Nel 1944, a Vieste, dove si era trasferito, rese una fondamentale rogatoria richiesta dall’Alto Commissariato per i reati fascisti, e che servì alla Corte di Cassazione per invalidare il processo Matteotti svoltosi a Chieti nel 1926. A svelarcelo in tutti i particolari sono state le “carte” dell’Archivio di Stato di Roma.

      Molto incisivo è il memoriale annesso alla rogatoria in cui Del Giudice rimarca il valore della sua testimonianza. Ne pubblichiamo uno stralcio:

      «Avendo io istruito il processo, come presidente della sezione di accusa presso la Corte di Appello di Roma nel biennio 1924-25, reputo doveroso nell’interesse della giustizia completare brevemente quella esposizione (…). Ripeto che parlo per vero dire, non già perché mosso da alcun sentimento di rancore o per vendicarmi della persecuzione ventennale subita per aver fatto allora il mio dovere di magistrato indipendente.  Sono sull’orlo della tomba ed assai prossimo a render conto a Dio della mia vita trascorsa negli uffici giudiziari. Debbo perciò essere creduto. Ecco, ora, le prove principali raccolte e che pongono a luce meridiana le singole responsabilità di chi ordinò e di chi concorse in modo secondario alla perpetrazione del triste malefizio che orbò del marito e del padre l’infelice vedova e gli orfani suoi figli – malefizio che cagionò tanto danno all’Italia, perché da esso derivò il consolidamento della tirannide fascista.

       (…) Dalla lunga deposizione di Cesare Rossi, capoufficio stampa di Mussolini, risultò che insieme al partito si era costituito un organismo segretissimo composto dal Presidente Mussolini, da esso Rossi e da Marinelli (Ceka), (…) avevano stipendiato una banda di malandrini capitanata da Amerigo Dumini. (…).

      Mi preme fin da ora stabilire che fino a quando gli atti rimasero nelle mie mani e gli imputati stettero sotto la mia giurisdizione – e cioè per oltre un anno – nessuno dei dieci detenuti ottenne l’escarcerazione. Dopo che, per non farmi stendere le sentenze di rinvio secondo le vedute di chi allora era il potere, io fui mandato in Sicilia e al mio posto entrò altro funzionario, cominciò l’opera di salvataggio (…) che fu poi reso completo nel dibattimento-farsa avvenuto nella corte di Assise di Chieti. Tutto questo è a completa cognizione della sventurata vedova Matteotti, dei suoi figli, dell’onorevole Modigliani e dei tanti e tanti altri che ricordano quei lontani avvenimenti».

      Il Procuratore generale Battaglini cita, a sostegno dell’invalidazione della sentenza di Chieti, proprio le pressioni e le lusinghe che dovette subire durante l’Istruttoria del processo: «Notevole e impressionante è specialmente la deposizione del Del Giudice, il quale ha messo in luce anche le manovre usate per allontanarlo dal posto di Presidente della Sezione di accusa, di fronte alla adamantina fermezza con cui egli resistette agli allettamenti e alle minacce». La Corte Suprema di Cassazione accolse la richiesta dispose la trasmissione degli atti al Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma per il corso ulteriore di giustizia.

      Con il nuovo processo, chiuso il 4 aprile 1947, Dumini, Viola e Poveromo furono condannati all’ergastolo, mentre si dichiarò il «non doversi procedere» contro gli altri imputati.

      Nel 1947, sempre a Vieste,  Del Giudice scrisse la Cronistoria del Processo Matteotti.  Il manoscritto andò in stampa soltanto nel 1954, tre anni dopo la sua morte.

      Nel 1955 Gaetano Salvemini dedicò  a Cronistoria una recensione di ben quindici pagine sulla rivista «Il Ponte», con il significativo titolo Nuova luce sull’affare Matteotti:

      Mi sono precipitato sulla Cronistoria del Del Giudice. La mia curiosità non è stata delusa. […] Tutto quanto conosciamo da ogni altra fonte attendibile coincide perfettamente con quanto il vecchio magistrato racconta […]. Questa è la testimonianza di un giudice che fu un onest’uomo. Sia onore alla sua memoria.

      Cronistoria – che abbiamo ripubblicato, a nostra  cura, nel volume II magistrato che fece tremare il Duce. Memorie e Cronistoria del processo Matteotti (Amazon, 2022), e in una nuova edizione con l’Anpi di Arese – è un’opera fondamentale per comprendere le radici della resistenza civile e giuridica al regime fascista. Oltre alla Cronistoria, ci è sembrato doveroso riportare alla luce le Memorie inedite di Mauro Del Giudice, attraverso le quali il lettore può comprendere le sfide affrontate da chi cercava di mantenere l’indipendenza della magistratura in un periodo di crescente autoritarismo.

      Altre opere inedite dell’insigne magistrato attendono di essere pubblicate e soprattutto divulgate.


      GIANO Public History APS è afferente al CISPH: Centro Interuniversitario per la Ricerca e lo Sviluppo sulla Public History, all’Albo della Cittadinanza Attiva e delle Reti Civiche del Comune di Roma, all’Albo delle Associazioni Culturali del Municipio Roma V ed è stata premiata in qualità di Eccellenza del Terzo Settore dal Presidente della Commissione XII – Turismo, Moda e Relazioni Internazionali  di Roma Capitale e dalla Presidentessa della Commissione Patrimonio e Cultura del V Municipio di Roma capitale.