“Esempio alla Nazione”: Livia Bruna Bianchi e il significato della Medaglia d’Oro al Valor Militare

 

“Voci dalla Storia” è un progetto di podcast e Public History che restituisce voce e presenza alle donne decorate con la Medaglia d’Oro al Valor Militare, protagoniste straordinarie – e troppo spesso dimenticate – del nostro passato.
Attraverso lo strumento delle “interviste impossibili”, il podcast dà vita a un dialogo diretto con loro. Ogni puntata intreccia rigore scientifico e forza narrativa, riattivando la memoria storica a partire da fonti d’archivio, diari, lettere e documenti ufficiali. Un viaggio sonoro per riscoprire chi ha scritto la storia d’Italia. Il podcast è provvisto di sottotitoli.



Dalla terra del Polesine al confine svizzero

Livia Bruna Bianchi nasce il 19 luglio 1919 a Melara, un piccolo comune del Polesine in provincia di Rovigo, terra di braccianti e di faticosa sussistenza. Figlia di Ulisse, contadino, e di Amabilia Rossi, casalinga, Livia segue il percorso tipico delle giovani donne delle classi rurali dell’epoca: frequenta la scuola elementare fino a ottenere la licenza e poi si dedica alla cura della casa e ai lavori domestici.
Il 28 agosto 1937, appena diciottenne, sposa Bruno Bizzari, dal quale ha un figlio, Ivano. Le vicende della guerra e la necessità di sopravvivenza o di lavoro spingono la famiglia lontano dal Polesine, verso il confine italo-svizzero, nell’alto Comasco. È qui che la vita di Livia compie una svolta radicale.

Foto e documenti di Livia Bruna BIANCHI (Fonte La rete e Archivi di Stato)

“Franca” e la Resistenza tra i ghiacci: la Brigata “Ugo Ricci”

Dopo l’8 settembre 1943, il territorio montano che sovrasta il lago di Lugano e Porlezza diventa un’area strategica fondamentale per il contrabbando, il passaggio dei fuggiaschi verso la Svizzera e l’organizzazione delle bande partigiane. Livia decide di non restare a guardare: entra nel Corpo Volontari della Libertà, assumendo il nome di battaglia “Franca”. Viene inquadrata nella Brigata “Ugo Ricci”, nota anche come il gruppo de “I Gufi”, una formazione operante in condizioni ambientali estreme.
Nell’inverno d’acciaio del 1944-1945, uno dei più freddi del secolo, “Franca” condivide la vita clandestina con un distaccamento di partigiani. Il gruppo trova rifugio in una sperduta baita d’alpeggio sopra Cima di Porlezza. La permanenza è disumana: la neve alta non solo gela le membra, ma traccia ogni spostamento, rendendo impossibili i rifornimenti e trasformando la fame in un nemico quotidiano. Stremati e sull’orlo del congelamento, a metà gennaio i partigiani decidono di rischiare: scendono a valle e si rifugiano nel paese di Cima, protetti nell’abitazione di un antifascista locale.

L’assedio e il rifiuto: un no che fa la storia

La permanenza in paese dura poco. Un delatore segnala la loro presenza al temuto Centro Antiribelli di Menaggio, il quartier generale della repressione fascista nella zona. Le milizie fasciste circondano la casa. Ne nasce un violento e disperato scontro a fuoco. I partigiani resistono finché hanno munizioni, poi, di fronte all’esaurimento dei colpi e alla promessa dei fascisti («Arrendetevi e avrete salva la vita»), decidono di cedere. Una mano sventola un fazzoletto bianco da una finestra.
I sei partigiani escono a mani alzate. L’illusione di essere trasferiti in un campo di prigionia svanisce in pochi metri: vengono incolonnati e spinti a calci contro il muro del cimitero locale di Cima.
È a questo punto che la cronaca si fa Public History, rivelando la specificità di genere della violenza fascista. Il comandante del plotone d’esecuzione si accorge che sotto il cappotto da uomo e dietro il nome “Franca” c’è una donna, una madre di 25 anni. In un moto di paternalismo o di propaganda, il camerata le offre una via d’uscita: avrà salva la vita e la libertà, a patto di rinnegare la Resistenza, i suoi compagni e la causa partigiana.
Livia Bianchi guarda il muro, guarda i suoi compagni e dice no. Rifiuta la grazia asimmetrica che le viene offerta in quanto donna e sceglie la spaventosa uguaglianza della fucilazione. Viene assassinata il 21 gennaio 1945 insieme ai suoi cinque compagni:

  • Giuseppe Selva “Falco” (28 anni, comandante del gruppo, nativo di Cima)

  • Angelo Selva “Puccio” (21 anni, fratello di Giuseppe, nativo di Cima)

  • Ennio Ferrari “Carlino” (appena 17 anni, segretario del Fronte della Gioventù, nato a Monza)

  • Andrea Capra “Russo” (20 anni, nato a Zurigo)

  • Gilberto Carminelli “Fausto” (26 anni, nato a Milano)

Il silenzio del dopoguerra e la riscoperta della memoria

Nel secondo dopoguerra, la storia di Livia subisce quel processo di “normalizzazione” e parziale oblio che ha colpito molte donne della Resistenza. Il marito, Bruno Bizzari, passa a nuove nozze, e la figura di Livia rischia di rimanere confinata nella sfera del lutto strettamente privato o della tragedia locale.

Tuttavia, il valore civile del suo rifiuto ha imposto il suo nome nella memoria pubblica nazionale:

  • Massimo Onore: A Livia Bruna Bianchi è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria, con una motivazione che sottolinea l’altissimo valore morale del suo rifiuto della grazia.

  • Il ritorno a casa: Le sue spoglie sono state successivamente traslate e riposano oggi nel cimitero di Melara, suo paese natale, che le ha dedicato una via principale.

  • I luoghi del martirio: Il muro del cimitero di Cima di Porlezza, ancora oggi segnato dai proiettili, è diventato un sacrario a cielo aperto, un luogo di pellegrinaggio laico dove la memoria di “Franca” e dei suoi compagni viene celebrata ogni anno, unendo idealmente le terre d’acqua del Polesine con le rocce del Lago di Como.


Bibliografia di riferimento (per approfondire e verificare)

  • Gribaudi, Gabriella, Combattere nell’ombra: donne e Resistenza in Italia, Roma, Donzelli, 2016.

  • Vaccarino, Giorgio, La Resistenza in provincia di Como: dinamiche territoriali e brigate partigiane, Milano, FrancoAngeli, 1988.

  • Peli, Santo, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Torino, Einaudi, 2004. (Utile per comprendere il contesto dei “Centri Antiribelli” e della violenza fascista nel 1945).

  • AA.VV., Donne della Resistenza: le Medaglie d’Oro al Valor Militare, a cura dell’ANPI Nazionale, Roma, 2005.

  • Archivio Storico della Resistenza Comasca (Fondo Brigata “Ugo Ricci” / Documentazione sul Centro Antiribelli di Menaggio), c/o Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” (ISC), Como.

  • Banca dati dei Caduti della Resistenza – Provincia di Rovigo, scheda biografica di Livia Bianchi, a cura dell’Istituto Polesano per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea (ISTIPOL).


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