Scopri il ruolo strutturale e il sacrificio delle donne nella Resistenza italiana (1943-45)


Introduzione: La Resistenza in cifre

Il contributo femminile alla Resistenza e alla Guerra di Liberazione in Italia (1943-1945) non ha rappresentato un fenomeno marginale, bensì un elemento strutturale e imprescindibile per la tenuta del movimento partigiano e per la transizione democratica del Paese. I dati quantitativi raccolti dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) restituiscono la dimensione di una partecipazione di massa: 35.000 partigiane inquadrate nelle formazioni combattenti; 20.000 patriote con funzioni di supporto logistico e operativo; 70.000 donne organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna (GDD). Il bilancio del sangue e del sacrificio civile fotografa 683 donne fucilate o cadute in combattimento, 1.750 ferite, 4.633 arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, e 1.890 deportate nei lager tedeschi. A fronte di questo impegno, la neonata Repubblica conferì 19 Medaglie d’Oro e 17 d’Argento al Valor Militare, mentre 512 donne ricoprirono il ruolo di commissarie di guerra. Nonostante tale impatto, per lunghi decenni la storiografia ufficiale e la memoria pubblica istituzionale hanno faticato a riconoscere pienamente la specificità della Resistenza civile e armata delle donne, derubricandola spesso a mero supporto assistenziale.

L’8 settembre 1943, con il crollo dello Stato sabaudo e il disfacimento dei comandi militari all’indomani dell’armistizio, la popolazione italiana si trovò di fronte a un vuoto di potere e a una drammatica solitudine morale. In questo scenario di crisi antropologica e istituzionale, le donne compirono una scelta di campo che avrebbe scardinato i tradizionali ruoli di genere normati dal regime.

Il paradigma fascista: la “madre esemplare” e le contraddizioni delle origini

Per comprendere la portata di questa rottura epocale, è necessario analizzare lo status della donna durante il ventennio fascista. Prima dell’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale (10 giugno 1940), l’ideologia del regime aveva confinato il genere femminile nella sfera privata e domestica. La retorica ufficiale definiva la donna come «essenzialmente madre», sottomettendo il corpo femminile a politiche demografiche aggressive — come l’introduzione della tassa sul celibato nel 1926 — finalizzate a incrementare la popolazione per sostenere le ambizioni imperiali del fascismo. L’accesso all’istruzione secondaria e universitaria era fortemente limitato, ostacolato da riforme discriminatorie e condizionato, a partire dal 1938, dall’applicazione delle leggi razziali che escludevano i cittadini ebrei dalle scuole della transizione formativa nazionale.

Eppure, il fascismo delle origini aveva mostrato un atteggiamento ambiguo. Durante la Grande Guerra, l’impiego di manodopera femminile nelle industrie belliche era passato da 1.760 unità nel 1914 a oltre 120.000 nel 1917, mentre nelle campagne il lavoro delle donne aveva arginato il crollo della produzione agricola a un mero 3% rispetto al periodo prebellico. Di fronte a questa mobilitazione, il Manifesto futurista del 1918 aveva teorizzato il «divorzio facile» e la svalutazione del matrimonio, mentre la successiva Carta del Carnaro fiumana (1920) aveva proclamato la piena uguaglianza civile e politica, incluso il suffragio universale e il servizio militare per le donne. Persino il Programma di San Sepolcro del Partito Fascista (giugno 1919) includeva formalmente il voto alle donne.

Tuttavia, la svolta autoritaria smentì rapidamente tali premesse. Benito Mussolini liquidò le rivendicazioni suffragiste affermando cinicamente di non aver mai incontrato donne desiderose di votare, e la successiva riforma podestarile del 1926 abolì le stesse elezioni amministrative, azzerando lo spazio della cittadinanza politica per entrambi i sessi. Lo Statuto dei Fasci Femminili del gennaio 1922 chiarì che i gruppi delle donne fasciste dovevano operare sotto lo stretto controllo dei Fasci maschili, escludendo qualsiasi iniziativa politica indipendente per dedicarsi esclusivamente alla propaganda assistenziale e alla beneficenza. Le stesse organizzazioni femminili dell’epoca, come il Gruppo Femminile Romano, rivendicavano questa subordinazione per timore di «assumere atteggiamenti maschili». Come rilevato dalla pedagogista Valeria Benetti Brunelli, nel primo dopoguerra la figura centrale del milite-eroe spinse la donna in seconda linea, accettando una disciplina patriarcale che precludeva qualsiasi spazio pubblico che non fosse l’assistenza sociale o l’educazione della gioventù.

La cultura di massa e i media dell’epoca veicolavano questo modello attraverso la satira e la stampa satirica. Una celebre vignetta del periodico Marc’Aurelio illustrava visivamente la subalternità domestica: un marito legge comodamente il quotidiano sul divano per poi passarlo alla moglie, il cui unico compito culturale è quello di appallottolarlo per alimentare il fuoco del camino.

La svolta bellica, la violenza di genere e la scelta resistenziale

Il coinvolgimento dell’Italia nel conflitto (1940-1943) impose una prima parziale deroga ai dogmi ruralisti e casalinghi del regime. La mobilitazione degli uomini sui fronti bellici costrinse le donne a occupare lo spazio pubblico urbano come operaie, conduttrici di tram e netturbine. Sotto il peso dei devastanti bombardamenti alleati, del razionamento alimentare e della consapevolezza della sconfitta imminente, il consenso verso il fascismo si tramutò in aperta ostilità nei confronti di un regime che aveva mandato a morire mariti, figli e fratelli in una guerra disastrosa.

Dopo l’8 settembre 1943, l’uscita delle donne dalle mura domestiche assunse un carattere politico e di lotta aperta. La storiografia di Public History evidenzia come l’impegno delle staffette e delle combattenti si esprimesse non solo nel trasporto di armi, munizioni, viveri e messaggi cifrati, ma anche nella gestione della complessa rete di solidarietà per la protezione di prigionieri alleati e perseguitati razziali.

Accanto all’eroismo, la ricerca storica più recente ha squarciato il velo di silenzio su una delle pagine più drammatiche del conflitto: l’uso del corpo femminile come terreno di scontro bellico. Gli studi sulle violenze lungo la Linea Gotica evidenziano l’ampia diffusione dello stupro e degli abusi sessuali perpetrati dalle forze di occupazione e dai fascisti repubblichini durante i rastrellamenti. Per decenni, la vergogna sociale e il trauma individuale hanno indotto le vittime al silenzio, ritenendo la propria tragedia personale “secondaria” rispetto ai grandi eventi militari. La restituzione di questa memoria rappresenta oggi uno dei nuclei centrali della Public History per comprendere la totalità traumatica dell’esperienza bellica femminile.

Conclusioni: La trasgressione e la chiusura del dopoguerra

La fame, i bombardamenti e la guerra civile costrinsero le donne a infrangere i modelli comportamentali tradizionali prescritti dal fascismo e dalle istituzioni ecclesiastiche. Sebbene questa “uscita dal ruolo” sia avvenuta spesso non per una consapevole adesione ideologica, ma per un imperativo etico di protezione della vita o per necessità di sopravvivenza, la trasgressione modificò profondamente la coscienza delle protagoniste. L’esperienza della Resistenza svelò la possibilità di percorsi individuali di autonomia, emancipazione e assunzione diretta di responsabilità politica.

Con il ritorno alla normalità istituzionale nel dopoguerra e la successiva ricostruzione, quell’orizzonte di liberazione di genere subì una parziale contrazione. La spinta normalizzatrice dei partiti di massa e della società conservatrice degli anni Cinquanta ricollocò parzialmente la donna nell’alveo della dimensione domestica. Saranno necessari i successivi mutamenti sociali, economici e culturali degli anni Sessanta e Settanta affinché quel potenziale di rottura e autonomia, sperimentato per la prima volta nelle reti clandestine della Resistenza, si trasformasse in un movimento di massa consapevole e strutturato.


Bibliografia accademica di riferimento

  • Benetti Brunelli, Valeria (1928), Le origini e il cammino del pensiero pedagogico moderno, Milano, Dante Alighieri.

  • Bravo, Anna e Bruzzone, Anna Maria (1995), In guerra senz’armi. Storie di donne 1940-1945, Roma-Bari, Laterza.

  • De Ambris, Alceste (1920), La Carta del Carnaro, [Testo digitalizzato disponibile su Fondazione Il Vittoriale degli Italiani].

  • Fumarola, Angelo Antonio (1945), Essi non sono morti. Le medaglie d’oro della Guerra di Liberazione, Roma, Poligrafico dello Stato.

  • Gagliani, Dianella (a cura di) (2006), Guerra e Resistenza Politica. Storie di donne, Reggio Emilia, Alberti Editore [con particolare riferimento al saggio di C. Venturoli, Abusi e molestie sessuali lungo la Linea Gotica].

  • Mafai, Miriam (1987), Pane nero. Donne e vita quotidiana nella Seconda guerra mondiale, Milano, Mondadori.

  • Peli, Santo (2004), La Resistenza in Italia. Storia e critica, Torino, Einaudi.

  • Salvatorelli, Luigi (1964) Miti e Storia, Collana Saggi n.352, Torino, Einaudi.
  • Sezione centrale stampa e propaganda del PCI (a cura di) (1973), Partigiane della libertà, Ciampino-Roma, Grafico Editoriale F.lli Spada.

  • Venturoli, Cinzia (2019), Storia di una storia. La militanza femminile nella Resistenza, Bologna, Pendragon.

Fonti emerografiche e digitali

  • Marc’Aurelio (1931-1943), Periodico satirico. Fondo digitalizzato presso la Biblioteca del Senato della Repubblica (Matite appuntite).

  • Il Popolo d’Italia, annate 1919-1922.

  • Portale storico 150anni.it, “La crisi dell’Italia liberale e il fascismo”.

  • Archivio Storico Nazionale ANPI, Sezione dati statistici sulla Resistenza femminile.

Documenti scaricabili

  • La Carta delle Donne (1919) a cura di Maria Grazia Suriano (PDF)
  • MATITE APPUNTITE. Giornali satirici per disegnare l’Italia. Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” (PDF)


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