sabato 22 Agosto 2026 - 13:49
More
    Home LGBT

    Riflessioni sul rapporto tra Chiesa e omosessualità

    1382

    di Emanuele Federici

    “I peccati contro natura quali quelli dei Sodomiti, son sempre degni di detestazione e di castigo: e anche se fossero commessi da tutte le genti, queste sarebbero ree di uno stesso crimine di fronte alla legge di Dio, la quale non ammette che gli uomini si trattino in quel modo. Così infatti viene violato il vincolo di familiarità che deve esistere tra noi e Dio, profanando con la perversità della libidine la natura di cui egli è l’autore”.

    Così scriveva circa 750 anni fa (1265-1273) Tommaso D’Aquino all’interno della sua celeberrima opera “Summa Theologiae”. Queste parole sono emblematiche per comprendere come la Chiesa abbia condannato l’omosessualità nel corso dei secoli, continuando tutt’oggi sotto nuove forme e lessico. Questa condanna trae innanzitutto ispirazione da alcuni passaggi biblici in cui, almeno all’apparenza, la “sodomia” veniva interpretata come un peccato contro la morale e l’ordine stabiliti da Dio; per fare un esempio, in due passaggi del Levitico leggiamo:

    “Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio” (18,22); “Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro” (20,13).

    Vi sono poi le fonti teologiche, che fanno riferimento soprattutto alle due figure di Paolo di Tarso e Agostino d’Ippona. In Paolo il matrimonio (gamos) è la soluzione al problema della fornicazione (porneia); infatti nella lettera ai Corinzi leggiamo:

    “[…] per il pericolo della fornicazione, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito. Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che bruciare” (1Cor 7,2.8-9).

    In Agostino invece troviamo un’interpretazione molto più vicina a quella contemporanea; secondo quest’ultimo è la sessualità in sé ad essere peccaminosa, ma si può riparare al peccato indirizzandola verso la procreazione, rendendo in questo modo lecito l’atto sessuale:

    “Il rapporto coniugale infatti posto per la generazione non ha colpa; posto per saziare la concupiscenza, con il coniuge però, ha una colpa veniale” (De bono coniugali 6,6).

    Un periodo di svolta fu il XVII secolo, quando la Chiesa inizia ad interessarsi ai desideri sessuali dei fedeli con l’intento di indirizzarli nel “senso giusto”. In questo contesto la confessione assume un ruolo politico cruciale, dal momento che è qui che i fedeli rivelano al parroco i propri desideri. Da tutto questo scaturisce l’uscita a galla di nuove sessualità marginali, il cosiddetto “popolo dei perversi”. A partire poi dal XIX secolo la pratica della confessione viene trasferita anche in un nuovo contesto: quello della medicina. In particolare la psichiatria inizia ad occuparsi dei “perversi” con l’obiettivo di capire da dove derivasse quella che per loro era una malattia della mente. Da questo momento si comincia anche a fare la distinzione tra perversione (malattia) e perversità (vizio), individuabili attraverso un’attenta analisi psicologica dell’omosessuale. In questo campo la confessione era funzionale non più solo alla volontà di sapere, ma soprattutto a quella di curare.

    Tutto ciò è la base che porta tutt’oggi la Chiesa a discriminare gli omosessuali a causa del loro orientamento sessuale. Un esempio emblematico di questa discriminazione è il documento “Persona humana”, diffuso dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 1975, sotto il pontificato di Paolo VI; nel documento si legge infatti che

    “Secondo l’ordine morale oggettivo, le relazioni omosessuali sono atti privi della loro regola essenziale e indispensabile. Esse sono condannate nella sacra Scrittura come gravi depravazioni e presentate, anzi, come la funesta conseguenza di un rifiuto di Dio. Questo giudizio della Scrittura non permette di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati e che, in nessun caso, possono ricevere una qualche approvazione”.

    La situazione non migliora negli anni successivi; sotto il pontificato di Giovanni Paolo II viene diffuso un nuovo documento, nel 1986, redatto dall’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger, futuro papa Benedetto XVI, in cui si invitavano i vescovi a non fuoriuscire dalla dottrina ufficiale sul tema dell’omosessualità, come stava avvenendo in alcuni contesti come quello statunitense1:

    “Il problema dell’omosessualità e del giudizio etico sugli atti omosessuali è divenuto sempre più oggetto di pubblico dibattito, anche in ambienti cattolici. In questa discussione vengono spesso proposte argomentazioni ed espresse posizioni non conformi con l’insegnamento della Chiesa Cattolica, destando una giusta preoccupazione in tutti coloro che sono impegnati nel ministero pastorale. Di conseguenza questa Congregazione ha ritenuto il problema così grave e diffuso da giustificare la presente Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali,

    1 Si veda, per esempio, il caso di Dignity.

    indirizzata a tutti i Vescovi della Chiesa Cattolica. […] La Chiesa, obbediente al Signore che l’ha fondata e le ha fatto dono della vita sacramentale, celebra nel sacramento del matrimonio il disegno divino dell’unione amorosa e donatrice di vita dell’uomo e della donna. È solo nella relazione coniugale che l’uso della facoltà sessuale può essere moralmente retto. Pertanto una persona che si comporta in modo omosessuale agisce immoralmente”.

    Un altro periodo di svolta è lo scoppio dell’epidemia di AIDS, che raggiunse il suo apice alla fine degli anni ’80, in cui gli omosessuali diventano i nuovi lebbrosi. La Chiesa contribuì alla diffusione di questa immagine stereotipata. Nella già citata Lettera di Ratzinger (1986) si associavano gli atti sessuali disordinati al pericolo e alla morte, raccomandando la castità come soluzione, visto che anche il profilattico andava contro l’ordine naturale di Dio. L’arcivescovo di Genova Giuseppe Siri si spinse ad affermare che l’AIDS fosse un “castigo di Dio” per punire gli omosessuali che, per loro natura, violavano il sesto comandamento.

    Negli ultimi anni sembra essere cambiata la dialettica sul tema, a partire dall’elezione pontificale di papa Bergoglio. Ma nonostante la dialettica sia divenuta meno violenta, nella pratica non sono stati compiuti rilevanti passi in avanti. Questo ha comportato l’esodo di molti credenti cattolici omosessuali verso chiese più aperte sul tema, come quella valdese. Finché la Chiesa cattolica non si adeguerà ai tempi moderni sarà destinata a rimanere sempre più isolata, con le parrocchie sempre più vuote e i fedeli sempre più lontani.


    Emanuele Federici, Storico, iscritto alla facoltà di Storia e Società presso l’Università degli Studi Roma Tre.
    Foto: Benedetto XVI in una foto del 2013 – Ansa


    Bibliografia:

    1. G. Martina, Storia della Chiesa. Da Lutero ai nostri giorni, Volume 4, Brescia, Morcelliana, 2006;
    2. F. Torchiani, Il “vizio innominabile”. Chiesa e omosessualità nel Novecento, Torino, Bollati Boringhieri, 2021;
    3. M. Mennini, Credenti LGBT+. Diritti, fede e Chiese cristiane nell’Italia contemporanea, Roma, Carocci, 2023.

    Filmografia

    Papa Francesco: “Condannare le persone omosessuali è peccato”, RaiNews 2023 (Col., 16″)

    2 Commenti

    1. Commento la parte finale: le religioni non sono partiti politici a caccia di voti per vincere le elezioni, per cui è normale un ritardo culturale nell’accettare la modernità e qui la Chiesa Cattolica non è isolata, basti pensare all’Islam.

    2. Buongiorno Marco,
      Non ho mai scritto che la Chiesa debba lavorare per l’ottenimento del consenso o per vincere le elezioni; ho solo scritto quello che a mio avviso sarà inevitabile negli anni a venire, ossia che la Chiesa cattolica rimarrà sempre più marginalizzata all’interno della società occidentale in quanto eccessivamente distante dai nuovi valori contemporanei. Vi furono intellettuali che già prima di me ragionarono in tal senso, come ad esempio Aldo Moro che rivisitó il concetto cristiano di “verità” riadattandolo al nuovo contesto storico. Per quanto riguarda l’Islam il contesto è diverso in quanto le società in cui è religione maggioritaria e/o ufficiale hanno sostanzialmente valori e cultura diversi rispetto a quella occidentale su cui ho incentrato il mio discorso.

    LASCIA UN COMMENTO

    Per favore inserisci il tuo commento!
    Per favore inserisci il tuo nome qui