a cura redazione BLOG Giano PH
Abstract

L’eccidio di Boves, avvenuto il 19 settembre 1943 nella provincia di Cuneo, rappresenta la prima rappresaglia tedesca su civili in Italia dopo l’armistizio. Il massacro, orchestrato dalle SS della divisione “Leibstandarte SS Adolf Hitler” guidate dal maggiore Joachim Peiper, mise a ferro e fuoco il borgo, dichiarandolo bersaglio nonostante il tentativo di mediazione pacifica da parte del parroco don Giuseppe Bernardi e dell’imprenditore Antonio Vassallo. Il sacrificio dei martiri locali segnò l’inizio di un percorso di memoria e di costruzione di pace, ancora vivo nella comunità bovesana.
Contesto storico

Dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia cadde sotto l’occupazione tedesca. A Boves, cittadina a pochi chilometri da Cuneo, si formarono i primi nuclei partigiani sotto la guida del Tenente cpl. fant. G.a.F. Ignazio Vian (decorarto di Medaglia d’Oro al Valore Militare alla Memoria), che coinvolgevano militari, antifascisti e civili del luogo.
L’eccidio del 19 settembre 1943

Quando due soldati tedeschi furono catturati dai partigiani, le SS risposero inviando il maggiore Peiper, che pretese la loro restituzione. In mancanza di figure istituzionali, furono incaricati di mediare il parroco Don Giuseppe Bernardi e l’imprenditore Antonio Vassallo. Nonostante la consegna degli ostaggi e dell’auto, il comando SS tradì la parola data e diede inizio all’eccidio: il paese fu incendiato (circa 350 case bruciate) e furono uccise tra le 23 e le 25 persone, tra cui Bernardi e Vassallo, bruciati vivi, e il giovane viceparroco Don Mario Ghibaudo, ucciso mentre aiutava anziani e bambini.
Conseguenze e memoria collettiva
Boves continuò a subire rappresaglie, in particolare tra il 31 dicembre 1943 e il 3 gennaio 1944, quando vennero nuovamente date alle fiamme centinaia di abitazioni e decine di civili e partigiani furono uccisi. Inoltre, durante la ritirata tedesca non si risparmiarono altri atti cruenti contro i civili.
Per il valore dimostrato, Boves ricevette la medaglia d’oro al valor civile nel 1961 e al valor militare nel 1963.
Nel dopoguerra, la comunità trasformò l’atroce evento in simbolo di pace. Fu istituita la “Scuola di Pace” – la prima in Italia – e avviato un gemellaggio con Schondorf, in Baviera, luogo di sepoltura di Joachim Peiper.
La vicenda dei martiri don Giuseppe Bernardi e don Mario Ghibaudo

Don Bernardi e Don Ghibaudo sono riconosciuti come “martiri per amore”: la loro dedizione al prossimo, fino alla morte, ha ispirato un’azione civile fondata sulla riconciliazione e sulla memoria. È in corso la loro causa di beatificazione. Presenti nella narrazione anche nel libro “Martiri per amore” di Chiara Genisio (Edizioni Paoline, 2015, con seconda edizione aggiornata nel 2022).
Confronto con altri eccidi
L’eccidio di Boves anticipa un modello repressivo che diventerà tristemente frequente in tutta l’Italia occupata: rappresaglie indiscriminate contro civili indifesi, in particolare dopo azioni partigiane. Questo paradigma fu applicato fin dall’inizio dell’occupazione e resta un simbolo della brutalità delle SS.
Conclusioni
L’eccidio di Boves fu un episodio emblematico della Resistenza italiana e della ferocia nazista, ma anche un punto di partenza per una memoria attiva e orientata alla pace. La testimonianza dei martiri, la ricostruzione civile del paese, e il riconoscimento ufficiale del sacrificio rappresentano un modello di resilienza comunitaria e di riconciliazione.
Approccio storiografico all’eccidio di Boves
Lo studio dell’eccidio di Boves si colloca all’interno della più ampia storiografia sulla Resistenza e sulla violenza nazifascista in Italia. Sin dagli anni immediatamente successivi alla guerra, l’interpretazione dell’evento è stata fortemente condizionata da esigenze politiche e civili, e solo successivamente si è sviluppata un’analisi storiografica più articolata.
Prime narrazioni (anni ’40-’60)
Nell’immediato dopoguerra, la ricostruzione dell’eccidio fu affidata prevalentemente a testimonianze locali e alla memoria civile e religiosa. La narrazione si concentrò sul martirio delle vittime – in particolare dei sacerdoti Bernardi e Ghibaudo – e sul valore morale della comunità bovesana.
In questa fase, la storiografia resistenziale di stampo militante (ad esempio nelle pubblicazioni dell’Istituto Storico della Resistenza in Piemonte) tendeva a inserire l’eccidio in un quadro esemplare: Boves come “prima strage nazista in Italia” e simbolo di sacrificio collettivo.
Approfondimenti critici (anni ’70-’90)
A partire dagli anni ’70, con la maturazione degli studi resistenziali e l’apertura di nuovi archivi, la vicenda di Boves venne riletta in chiave analitica.
Gli storici si concentrarono su:
- il ruolo dei partigiani locali e le dinamiche che portarono allo scontro con i tedeschi;
- la figura di Joachim Peiper e la responsabilità diretta delle SS nella pianificazione della rappresaglia;
- il confronto con altri eccidi coevi (Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, ecc.), per mostrare come Boves inaugurasse un “modello repressivo” che sarebbe stato applicato sistematicamente.
In questo periodo emersero anche riflessioni sul difficile equilibrio tra memoria civile e ricostruzione storica, con l’invito a distinguere l’eroizzazione collettiva dalle analisi documentarie.
La svolta memoriale (anni 2000-oggi)
Negli ultimi vent’anni, gli studi hanno abbracciato una prospettiva interdisciplinare, che incrocia storia militare, memoria pubblica e studi di pace. La nascita della “Scuola di Pace di Boves” e i gemellaggi internazionali hanno spostato l’attenzione dall’evento cruento al suo significato nel lungo periodo: Boves come luogo della memoria e laboratorio di riconciliazione.
Gli storici hanno inoltre messo in evidenza il ruolo della comunità locale nella costruzione della memoria:
- dalle commemorazioni annuali,
- alle pubblicazioni divulgative,
- ai percorsi educativi nelle scuole.
Parallelamente, la causa di beatificazione dei sacerdoti ha aggiunto una dimensione religiosa che dialoga con quella civile e storiografica, producendo un intreccio di memorie differenti.
Questioni aperte nella storiografia
Nonostante l’ampia bibliografia, permangono nodi storiografici ancora dibattuti:
- la valutazione del rapporto tra azione partigiana e rappresaglia;
- l’interpretazione delle responsabilità individuali e collettive all’interno della catena di comando tedesca;
- il confronto con il paradigma europeo delle stragi naziste, per capire se Boves fu un caso isolato o parte di un piano già codificato.
L’eccidio di Boves, dunque, non è solo un evento storico da ricordare, ma anche un caso di studio storiografico: mostra come la ricerca storica interagisca costantemente con la memoria collettiva, il mito resistenziale e le esigenze civili di una comunità che ha scelto di trasformare il dolore in impegno per la pace.
Bibliografia essenziale
- Renato Aimo, Il prezzo della pace. La gente bovesana e la Resistenza. 1943-1945, L’Arciere, Cuneo 1989.
- AA.VV., Boves. Storie di guerra e di pace, Primalpe, Cuneo 2002.
- G. Rovero & G. Neppi Modona, Aspetti della Resistenza in Piemonte, ISR Torino, Torino 1997.
- Livio Berardo (a cura di), I sentieri della libertà. Piemonte e Alpi Occidentali. 1939-1945. La guerra, la Resistenza, la persecuzione razziale, Touring Club Italiano, Milano 2007.
- Chiara Genisio, Martiri per amore. L’eccidio nazista di Boves, Edizioni Paoline, Milano 2015 (ed. aggiornata 2022).
- Wikipedia, voce Eccidio di Boves.
- “Memorie in cammino” – Eccidio di Boves, raccolta documentaria.
- Documentario “Semi di speranza”, Tv2000 (2020), con analisi storiche e testimonianze.
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