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    Home Seconda Guerra mondiale (1939-1945)

    Il no che sfidò le SS: Lepa Radić e il valore politico della memoria

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    Lepa Radić impiccata dai nazisti a 17 anni. Fonte: https://www.unadonnalgiorno.it/il-sacrificio-di-lepa-radic/

    a cura redazione Blog GIANO Public History

    Tra mito, fotografia e repressione nazifascista: contestualizzazione e storia della più giovane Eroe del Popolo della Jugoslavia

    La vicenda di Lepa Radić non è soltanto l’esito drammatico di un’esecuzione capitale; rappresenta un snodo fondamentale per comprendere la spietatezza dell’occupazione nazifascista nei Balcani e i meccanismi con cui la *Public History* analizza l’uso pubblico della fotografia di guerra e la costruzione dei miti resistenziali.

    Il contesto storico: l’invasione della Jugoslavia e il terrore dell’NDH

    Nel mese di aprile del 1941, l’Operazione 25 portò all’invasione e allo smembramento del Regno di Jugoslavia da parte delle potenze dell’Asse. Il territorio bosniaco venne integrato nel neonato Stato Indipendente di Croazia (Nezavisna Država Hrvatska – NDH), un regime fantoccio di matrice fascista guidato dal movimento degli Ustaša di Ante Pavelić.
    Il regime instaurò un programma di persecuzione sistematica, terrore ed eliminazione fisica rivolto contro la popolazione serba, ebrea, rom e contro gli oppositori politici antifascisti. È in questo clima di violenza capillare che si colloca l’arresto della giovanissima Lepa Radić nel novembre 1941 da parte degli Ustaša a Bosanska Gradiška, e la sua successiva fuga verso la clandestinità.

    L’Operazione Weiss e la 7ª SS-Freiwilligen-Gebirgs-Division “Prinz Eugen”

    Tra il gennaio e l’aprile del 1943, il comando tedesco lanciò l’Operazione Weiss (nota nella storiografia jugoslava come Quarta Offensiva Anti-Partigiana), finalizzata a distruggere la Repubblica di Bihać e ad annientare il nucleo centrale dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia guidato da Josip Broz Tito.
    In questo contesto si inseriscono le operazioni di evacuazione dell’ospedale da campo sui monti Grmeč, dove Lepa Radić fu incaricata di mettere in salvo feriti e rifugiati. A catturarla fu la 7ª Divisione da montagna SS “Prinz Eugen”, una formazione composta prevalentemente da Volksdeutsche (tedeschi etnici della Serbia e del Banato), tristemente nota per le brutalità commesse contro le popolazioni civili ed i partigiani catturati.

    1941. Lepa Radić (blusa bianca) con i suoi parenti nel villaggio natale di Bistrica nei pressi di Kozara. Fonte: http://www.yugopapir.com

    Il testo narrativo: “Aveva 17 anni…”

    Aveva 17 anni quando salì sul patibolo. Secondo le testimonianze tramandate, le offrirono la possibilità di salversi in cambio dei nomi dei compagni.
    Lepa Radić rifiutò.
    Era nata il 19 dicembre 1925 a Gašnica, vicino a Bosanska Gradiška, in una famiglia serbo-bosniaca. Ancora adolescente entrò nella Lega della Gioventù Comunista e, nel 1941, nel Partito Comunista di Jugoslavia.
    La guerra aveva già travolto la sua regione.
    Dopo l’invasione della Jugoslavia da parte delle potenze dell’Asse, il territorio in cui viveva venne inglobato nello Stato Indipendente di Croazia. Nel novembre 1941 Lepa fu arrestata insieme ad alcuni familiari dagli ustaša.
    Il 23 dicembre dello stesso anno riuscì a fuggire dal carcere insieme alla sorella Dara, pochi giorni dopo aver compiuto 16 anni.
    Da quel momento entrò nelle file partigiane.
    Nel febbraio 1943, durante le operazioni collegate alla battaglia della Neretva, Lepa era impegnata nel trasferimento dei feriti verso un rifugio nell’area del monte Grmeč.
    Fu catturata durante uno scontro con la 7ª Divisione da montagna SS “Prinz Eugen”.
    Trasferita a Bosanska Krupa, venne sottoposta a interrogatori e torture per ottenere informazioni sui partigiani.
    Non parlò.
    Nel febbraio 1943 venne condannata a morte e impiccata pubblicamente a Bosanska Krupa. Le fonti non concordano sulla data esatta dell’esecuzione, generalmente indicata tra l’8 e l’11 febbraio.
    Secondo le testimonianze tramandate, quando aveva già il cappio al collo, i tedeschi le offrirono ancora una possibilità: avrebbe potuto salvarsi indicando i nomi dei comandanti e dei membri del movimento nascosti nella zona.
    La sua risposta è diventata parte della memoria della resistenza jugoslava.
    Secondo le ricostruzioni successive, disse di non essere una traditrice e che avrebbero conosciuto quei nomi quando i suoi compagni sarebbero arrivati a vendicarla.
    Fu impiccata a 17 anni.
    Esistono fotografie della sua esecuzione, immagini diventate negli anni uno dei simboli più duri della resistenza nei Balcani durante la Seconda guerra mondiale.
    Nel 1951, salvo conferme, Lepa Radić ricevette postuma l’Ordine dell’Eroe del Popolo. All’epoca fu la più giovane destinataria di quella decorazione.
    La sua storia è rimasta nella memoria non soltanto per la giovane età. È rimasta perché, secondo le testimonianze sulla sua esecuzione, nel momento in cui avrebbe potuto tentare di salvarsi indicando i propri compagni, scelse di non farlo.
    Aveva 17 anni. Ed era già entrata nella storia.

    Fonte immagini: la rete

    Prospettiva di Public History: la fotografia come documento e icona

    Nel secondo dopoguerra, il caso di Lepa Radić è divenuto uno dei principali banchi di prova sul rapporto tra documento storico, fotografia e uso politico della memoria:

    1. Il valore delle fonti visive: Le immagini dell’impiccagione furono scattate dagli stessi militari tedeschi per scopi di repertorio o di propaganda intimidatoria. Il ritrovamento dei rullini fotografici dopo la liberazione ha trasformato una scatto oppressivo in un’icona visiva dell’antifascismo, ribaltando la funzione originaria della foto.
    2. Il processo di mitizzazione e la memoria socialista: Con il conferimento postumo dell’Ordine dell’Eroe del Popolo (*Orden narodnog heroja*) il 20 dicembre 1951, il regime socialista jugoslavo pose la figura di Lepa Radić all’interno del Pantheon della “Fratellanza e Unità”. Il suo martirio venne impiegato come catalizzatore pedagogico per le giovani generazioni.
    3. La frammentazione post-jugoslava: Con la dissoluzione della Jugoslavia negli anni ’90, la figura di Lepa Radić ha subito fasi alterne di oblìo e riscoperta. Da una parte la de-socializzazione della memoria, dall’altra il re-impiego della sua figura nella storiografia di genere come simbolo dell’emancipazione e della partecipazione attiva delle donne (*Antifašistički front žena* – AFŽ) alle lotte armate del Novecento.


    Storiografia e contesto balcanico (1941-1945)

    Bora, Giusto, I Balcani in fiamme. Invasione e resistenza in Jugoslavia (1941-1945), Mursia, Milano 2011.
    (Panoramica generale sul crollo del Regno di Jugoslavia, l’occupazione dell’Asse e la nascita del movimento partigiano guidato da Tito).

    Caccamo, Francesco e Monzali, Luciano (a cura di), L’occupazione italiana della Jugoslavia (1941-1943), Le Lettere, Firenze 2008.
    (Un volume fondamentale per comprendere il quadro delle violenze, dei regimi d’occupazione e delle dinamiche belliche nella regione bosniaca e dalmata).

    Gobetti, Eric
    , L’occupatore finto buono. Italiani in Jugoslavia (1941-1943), Laterza, Roma-Bari 2007.
    (Studio critico sul contesto di guerra nella Jugoslavia occupata e sulla complessità delle relazioni tra forze occupanti, Ustaša e partigiani).

    Scottani, Gianluca
    , Guerra e terrore nei Balcani. Lo Stato Indipendente di Croazia e gli Ustaša (1941-1945), Einaudi, Torino 2018.
    (Focus approfondito sul regime fascista di Ante Pavelić, il terrore di stato contro serbi, ebrei e oppositori politici)*.

    Genere, donne e Resistenza antifascista

    Bravo, Anna, La forza del armi. Donne e Resistenza, UTET, Torino 2019.
    (Opera imprescindibile per collocare la partecipazione femminile alla lotta di Liberazione in un quadro teorico e comparativo).

    Giacomini, Ruggero, Donne in guerra. La partecipazione femminile alla Resistenza nei Balcani, Red Star Press, Roma 2015.
    (Analisi specifica sul ruolo delle donne, delle staffette e del Fronte Antifascista Femminile – AFŽ nella lotta partigiana balcanica).

    Public History, fotografia e memoria visiva

    Flores, Marcello e Gozzini, Giovanni, Storia del Novecento e uso pubblico del passato, Bruno Mondadori, Milano 2018.
    (Introduzione alla Public History, ai processi di mitizzazione politica e alla trasformazione della memoria di guerra).

    Ridolfi, Maurizio, Verso la Public History. Fare e raccontare la storia nel tempo presente, Pacini Editore, Pisa 2017.
    (Testo di riferimento metodologico per la narrazione storica al di fuori dell’accademia, tra blog, podcast e musei).

    Sontag, Susan, Riguardo al dolore degli altri, Einaudi, Torino 2003.
    (Saggio fondamentale sul significato etico e politico delle immagini di violenza, guerra e martirio, utile per analizzare il concetto di “fotografia-trofeo”).

    Tota, Anna Lisa, La memoria pubblica. Dal monumento alla piattaforma digitale, Il Mulino, Bologna 2014.
    (Analisi di come le icone visive del passato cambino di significato nel passaggio dalla monumentalità di Stato ai social media).


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