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    L’Italia Malarica del 1900 Un viaggio tra inchieste sociali (Gustavo Chiesi) e scoperte scientifiche (Grassi e Celli), dove la Public History incontra la storia della salute pubblica per raccontare la lotta contro la malaria.

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    a cura redazione BLOG Giano PH

    Un’Italia invisibile a inizio Novecento

    All’alba del XX secolo, l’Italia si affacciava alla modernità con grandi speranze: l’industrializzazione del Nord, lo sviluppo delle reti ferroviarie, il consolidamento delle istituzioni statali. Eppure, lontano dai saloni dei palazzi romani e dalle fabbriche milanesi, vaste porzioni del Paese vivevano sottratte alla civiltà da una piaga secolare: la malaria.

    A raccontare questa realtà non furono soltanto i bilanci sanitari o le tabelle statistiche, ma l’occhio vigile e militante di Gustavo Chiesi (1855–1909), giornalista e deputato del Parlamento italiano. Nel cuore dell’estate del 1900, Chiesi intraprese un viaggio straordinario lungo le zone endemiche della penisola, inviando i suoi reportage al quotidiano Il Secolo di Milano, poi raccolti nel volume Nei paesi della malaria: note ed impressioni (Aliprandi, 1900).

    La svolta scientifica: l’intuizione di Battista Grassi nella Piana del Sele

    Fino alla fine dell’Ottocento si credeva ancora che la febbre fosse causata dai “miasmi” e dall’aria cattiva delle paludi. Fu lo scienziato Giovanni Battista Grassi — accompagnato da Angelo Celli e da altri luminari dell’epoca — a dimostrare che il vettore del morbo non era l’aria, bensì la puntura della zanzara Anopheles.

    Nel suo viaggio lungo la ferrovia tra Battipaglia e la Piana del Sele, Chiesi toccò con mano l’impatto di questa scoperta. Nei caselli ferroviari tradizionali e non protetti, la situazione era drammatica: interi nuclei familiari devastati dalla cachessia malarica, bambini dal ventre ingrossato dalla milza e un’assoluta mancanza di assistenza medica.

    Poco distante, tuttavia, al quinto chilometro da Battipaglia, Grassi aveva allestito una vera e propria zona d’esperimento: caselli ferroviari dotati di reti metalliche fitte alle finestre e alle porte. I risultati furono clamorosi:

    • Nei caselli aperti: il 100% degli abitanti contraeva la malaria.

    • Nei caselli protetti dalle reti e curati con chinino: la trasmissione del morbo fu praticamente azzerata.

    La malattia come questione sociale: latifondo e sfruttamento

    Ma l’inchiesta di Chiesi rivela qualcosa di ancora più profondo, sposando appieno la prospettiva della Public History: la malattia non era solo un fatto biologico, ma il sintomo visibile dell’ingiustizia sociale.

    Mentre la scienza forniva strumenti di protezione economici ed efficaci (come la garza metallica e il somministramento del chinino), la classe dei grandi proprietari terrieri e i gestori del latifondo si rifiutavano di investire poche lire per la salute dei braccianti.

    Nelle masserie campane e nei villaggi di “capannari” di Salone nell’Agro Romano (lungo la via Tiburtina), Chiesi documentò condizioni di vita disumane:

    • Contadini stipati in stanzoni insalubri o in “cassoni ad armadio” posti direttamente dentro le stalle.

    • Alimentazione ridotta a pane nero e conserva di pomodoro, con il sale reso inaccessibile dai dazi statali.

    • Lavoratori stagionali sottomessi al potere dei caporali e privi di qualsiasi diritto o tutela.

    Emblematica fu la riflessione di Chiesi: di fronte a scoperte scientifiche indiscutibili, mantenere le popolazioni rurali nell’abbandono e nel degrado igienico non era più un’inevitabile fatalità, ma un vero e proprio “delitto di lesa umanità”.

    Perché questo racconto riguarda la Public History oggi?

    Rileggere i reportage del 1900 ci insegna che la storia della salute pubblica non può mai essere disgiunta dalla storia della dignità e dei diritti umani.

    Fare Public History significa proprio questo: rispolverare i documenti e le fonti d’archivio per restituire voce a chi per secoli è rimasto ai margini dei libri di testo — i braccianti, le madri dei caselli, i lavoratori dell’Agro Romano — offrendo al pubblico strumenti critici per comprendere come il progresso scientifico debba sempre camminare di pari passo con la giustizia sociale.


    BIBLIOGRAFIA E FONTI DI RIFERIMENTO

    Fonti Primarie

    1. Chiesi, Gustavo, Nei paesi della malaria: note ed impressioni, Milano, Ditta Editrice Carlo Aliprandi, 1900.(Raccolta delle lettere pubblicate originariamente sul quotidiano «Il Secolo» nell’agosto-settembre 1900).

    2. Grassi, Giovanni Battista, Studi di uno zoologo sulla malaria, Roma, Tipografia della R. Accademia dei Lincei, 1900.

    3. Celli, Angelo, La malaria secondo le nuove ricerche, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 1899.

    Studi Storici e Saggistica

    1. Snowden, Frank M., La conquista della malaria. Una storia italiana, Roma-Bari, Laterza, 2008.
      (Opera fondamentale sul rapporto tra bonifica, malaria e trasformazioni economico-sociali nell’Italia unita).

    2. Fantini, Bernardino, La lotta contro la malaria in Italia, in Storia d’Italia. Annali 7: Malattia e medicina, a cura di F. Della Peruta, Torino, Einaudi, 1984, pp. 867-926.

    3. Sori, Ercole, L’infezione malarica nella storia d’Italia, in «Società e Storia», n. 25, 1984.

    Public History e Storia Sociale

    1. Noiret, Serge, Che cos’è la Public History?, in «Memoria e Ricerca», n. 37, 2011, pp. 7-35.

    2. Rizzo, Tiziana, Scienza, bonifica e contadini nell’Agro Romano tra Ottocento e Novecento, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1998.


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