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    “Siamo stati iscritti al PCI”: la memoria della politica tra appartenenza, mito ed egemonia

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    Funerali di Enrico Berlinguer a Roma (1984). Fonte: Mondadori Portfolio / Mondadori Portfolio via Getty Images

    di Giovanni Di Silvestre

    Il volume Siamo stati iscritti al PCI, nato dal dialogo epistolare e digitale tra Chicco Testa e Claudio Velardi, si configura come un rilevante “diario sentimentale” e politico. Al centro dell’opera si pone un interrogativo fondamentale di Public History: cosa ha sostituito l’infrastruttura comunitaria, pedagogica e identitaria dei grandi partiti di massa del Novecento?
    L’esperienza del PCI viene rievocata non per cedere alla nostalgia, ma per fare i conti con un modello organizzativo e culturale che ha segnato la storia repubblicana, lasciando nodi irrisolti nel processo di modernizzazione del Paese.

    La doppia verità del “partito-comunità”

    Nella testimonianza di Chicco Testa, il PCI emerge come una macchina organizzativa di straordinario rilievo, capace di forgiare modelli amministrativi d’eccellenza nelle “regioni rosse” (Emilia-Romagna e Toscana). Tuttavia, l’analisi evidenzia una strutturale ambivalenza:

    • Ipoteca sovietica e democrazia interna: Sebbene Enrico Berlinguer rivendicasse il valore del pluralismo di fronte al PCUS, la cultura politica del partito rimase a lungo ancorata ai miti fondativi del socialismo reale (da Budapest ’56 al modello di Kádár), rifiutando formalmente l’etichetta socialdemocratica.

    • Egemonia e intellettuali: L’egemonia culturale comunista, favorita dal clima post-amnistia Togliatti (1946), costruì un sistema valoriale diffuso che finì per rendere il mito dell’URSS un dogma poco penetrabile dalla critica.

    Parallelamente, il testo svela un’involuzione speculare nella politica contemporanea: sia a destra che a sinistra si assiste al ripiegamento verso la tutela corporativa (balneari, tassisti, imprese di Stato in perenne dissesto) e la mera occupazione dei posti di potere, a scapito della vera elaborazione culturale di scuola gentileana o bottaiana.

    Dal “comizio” al “sondaggio”: il superamento del risentimento

    Come sottolinea Claudio Velardi, il valore di questo spaccato memoriale risiede nell’insegnamento operativo della politica: la capacità di mediare, governare e assumersi la responsabilità del conflitto sociale. La deriva contemporanea verso l’opposizione aprioristica e la demagogia populista trova causa proprio nella scomparsa di quelle scuole di partito.

    Dimensione Politica dei partiti di massa (PCI/MSI) Politica contemporanea
    Radicamento Comunità d’appartenenza, sezioni, comizi Digital media, sondaggi, personalismo
    Rapporto con l’avversario Riconoscimento reciproco della legittimità Delegittimazione morale e “culto del nemico”
    Cultura di governo Mediazione complessa e sintesi delle istanze Risposta immediata alle corporazioni locali

    L’eredità pubblica: riconoscere l’avversario

    La memoria personale si intreccia così con la grande storia nazionale. Dalla drammatica frattura post-8 settembre 1943, la democrazia italiana ha faticato a costruire una memoria condivisa. Eppure, le grandi liturgie politiche del Novecento — dai funerali di Enrico Berlinguer (1984) a quelli di Giorgio Almirante (1988) — hanno rappresentato momenti in cui il “nemico” tornava a essere riconosciuto come “avversario”.
    La sfida teorica e pratica che emerge dal testo di Testa e Velardi non consiste nel rimpiangere un passato irripetibile, ma nel recuperare quella capacità di visione strategica e di rispetto istituzionale indispensabile per le sfide del presente.


    Bibliografia essenziale di riferimento

    Sulla storia, l’egemonia e la cultura del PCI:

    • Gotor, M. (2021). L’Italia del Novecento: Dalla disfatta di Caporetto alla fine della Prima Repubblica. Torino: Einaudi.

    • Gramsci, A. (1975). Quaderni del carcere (A cura di V. Gerratana). Torino: Einaudi. (Riferimento teorico fondamentale sul concetto di egemonia culturale).

    • Vittoria, A. (2014). Storia del PCI: 1921-1991. Roma: Carocci.

    Sulla Public History, usi del passato e memoria politica:

    • Noiret, S. (2009). Public History e storia pubblica nella rete. Ripensare la storia, 3, 7-35.

    • Ridolfi, M. (2017). Verso la Public History: Fare e raccontare la storia nel tempo presente. Milano: FrancoAngeli.

    • Rousso, H. (2016). L’ultima catastrofe: La storia, il presente, il contemporaneo. Bologna: Il Mulino.

    Fonti primarie e saggistica citate:

    • Pansa, G. (1976). Comprati e venduti: Inchiesta sui giornali italiani. Milano: Bompiani. (Contiene i resoconti delle celebri interviste a Enrico Berlinguer).

    • Testa, C., & Velardi, C. (2024). Siamo stati iscritti al PCI. Macerata: Liberilibri.


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