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      Caccia al leone o caccia agli stereotipi? Materialità del gioco e immaginario coloniale nel puzzle «Safari»

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      Per gentile concessione Famiglia Lodi Roma

      a cura redazione BLOG Giano PH

      Un frammento di legno, un puzzle del passato

      Nella pratica della Public History, gli oggetti della vita quotidiana — specialmente i giochi, le cianfrusaglie d’epoca e i prodotti di consumo di massa — rappresentano straordinarie “capsule del tempo”. Non raccontano soltanto la storia della loro produzione materiale o del loro design, ma riflettono le coordinate culturali, gli stereotipi e le visioni del mondo dell’epoca in cui sono stati creati e commercializzati.
      L’oggetto protagonista di questo contributo è un classico rompicapo a scorrimento (sliding block puzzle) in legno dal titolo «Safari», recante la dicitura italiana “BREVETTATO – MOD. DEPOS.”.
      Si tratta di un rompicapo analogo al celebre gioco del Klotski o del Asino Rosso: una griglia contenente blocchi in legno di diverse dimensioni contraddistinti da tessere numerate e illustrate. Lo scopo del gioco consiste nel far scorrere i pezzi per permettere alla figura principale — in questo caso la tessera grande raffigurante un leone smarrito che si gratta la testa — di uscire o raggiungere una determinata posizione superando gli “ostacoli” posti sul suo cammino.

      La contestualizzazione storico-culturale: Esotismo, colonialismo e cultura di massa nell’Italia del Novecento

      L’analisi visiva delle tessere del gioco rivela una complessa stratificazione di modelli iconografici tipici della cultura popolare italiana ed europea tra gli anni ’30 e la metà del ‘900:
      Il leone antropomorfizzato e disorientato: La figura centrale è un leone dall’aspetto quasi fumettistico e comico, ritratto nell’atto di grattarsi la testa. Questa rappresentazione “umanizzata” ridimensiona la pericolosità della belva selvaggia, rendendola protagonista di una narrazione ludica innocua.
      I cacciatori europei: Le tessere superiori raffigurano esploratori/cacciatori occidentali dotati del classico casco coloniale (pith helmet) e fucile. Questo abbigliamento è il vero e proprio contrassegno visivo dell’esploratore del XIX e primo XX secolo, reso celebre dalla letteratura d’avventura (da Jules Verne a Emilio Salgari) e dalle spedizioni coloniali dell’Ottocento e del primo Novecento.
      Le popolazioni indigene caricate a stereotipo: Le tessere laterali raffigurano personaggi indigeni africani dotati di lancia. I tratti somatici e grafici seguono i canoni del caricaturismo raziale dell’epoca (labbra accentuate, tratti stilizzati, rappresentazione stereotipata della “tribù selvaggia”), ampiamente diffusi nella cartellonistica pubblicitaria, nei fumetti e nell’editoria per ragazzi prima e dopo il periodo fascista.
      La flora esotica semplificata: Le tessere inferiori presentano elementi vegetali stilizzati (erba alta, cactus, agave, piante tropicali) che compongono un paesaggio “esotico” generico e privo di qualsiasi accuratezza geografica, utile unicamente a evocare l’idea generica del “selvaggio” o della “giungla/savana”.

      Tra propaganda coloniale e Boom consumistico

      In Italia, l’immaginario legato all’Africa e al “Safari” ha attraversato diverse fasi storiche:
      Il periodo coloniale e fascista (anni ’20-’40): L’Africa orientale e la figura dell’esploratore/soldato venivano mitizzate attraverso la propaganda imperialista, il materiale scolastico e la giocattoleria. Il “diverso” e il “colonizzato” venivano costantemente raffigurati attraverso lenti paternalistiche o denigratorie.
      Il secondo dopoguerra e il boom economico (anni ’50-’70): Con la decolonizzazione e il tramonto dell’Impero, l’esotismo non scomparve, ma venne riciclato e “depoliticizzato” dall’industria dell’intrattenimento e dei consumi di massa. Il Safari divenne un tema di evasione borghese, legato al turismo d’avventura, ai film d’animazione (si pensi a Disney o alla cinematografia hollywoodiana) e al fumetto popolare.
      Oggetti come questo puzzle in legno — prodotti con brevetti industriali italiani tra gli anni ’40 e gli anni ’60 — rappresentano la coda lunga di questo immaginario: un momento in cui il linguaggio coloniale si era ormai formalizzato in puro codice visivo di consumo per bambini e famiglie.

      Il valore per la Public History: La “scatola nera” della memoria quotidiana

      Dal punto di vista della Public History, perché è importante analizzare e conservare un semplice gioco da tavolo in legno?
      Materialità e microstoria: Gli oggetti ludici testimoniano la storia delle tecniche di produzione (l’uso del legno stampato a matrice, le prime registrazioni di marchi e brevetti di giochi da parte di artigiani e piccole industrie italiane).
      Storia dell’infanzia e della socializzazione: I giochi insegnano e riflettono le categorie mentali dell’epoca in cui sono prodotti. Giocare al “Safari” significava interiorizzare una gerarchia visiva ed etnica bene precisa in modo del tutto incosciente e ludico.
      Patrimonio culturale diffuso: Molti di questi oggetti sopravvivono nelle soffitte, nei mercatini dell’usato o nei patrimoni di famiglia. Riportarli alla luce con una contestualizzazione storica critica permette di fare decalibrazione storica, trasformando la nostalgia per il “giocattolo di una volta” in un’occasione di riflessione critica sul nostro passato visivo e coloniale.

      Bibliografia e Fonti di Riferimento

      Fonti primarie

      • Reperto materiale: Gioco rompicapo a scorrimento in legno “Safari” (Iscrizioni: BREVETTATO – MOD. DEPOS.). Collezione privata fam. Lodi / Materiale ludico del XX secolo.

      Fonti secondarie e storiografia

      Labanca, Nicola. Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana. Bologna: Il Mulino, 2002.
      Deplano, Valeria. L’Africa in casa. Propaganda e cultura coloniale nell’Italia fascista. Le Monnier, 2015.
      Triulzi, Alessandro (a cura di). Adua e dintorni. Le eredità coloniali nell’Italia contemporanea. Bologna: Il Mulino, 2012.
      Garelli, Francesca. Giocare con la storia: Giocattoli, propaganda e infanzia nell’Italia del Novecento. Unicopli, 2018.

      Cauvin, Thomas. Public History: A Textbook of Practice. Routledge, 2016 (Ediz. italiana: Public History. Una introduzione alla storia pubblica, Carocci, 2021).


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