
a cura di Giovanni De Silvestre
Un capitano vero, un leader silenzioso, schivo, che ha fatto la storia della Roma e che vanta sette presenze in Azzurro con la maglia della Nazionale Under 21.
Simbolo di un calcio romantico fatto di cuore, polmoni e grinta. E di talento, perché ‘Ago’ ne aveva da vendere – spiega la nota pubblicata sul sito ufficiale della Figc – con un’intelligenza tattica molto superiore alla media e una potenza nel calciare che lo ha portato a realizzare anche diversi gol, sette nella trionfale stagione dello scudetto ’82/’83.
(Federazione Italiana Giuoco Calcio 2014)
Con queste parole, la Federazione Italiana Giuoco Calcio ricordava un grande campione che rappresentò al meglio la Roma tra gli anni ’70 e ’80.
Con la Roma vinse tre Coppe Italia, uno scudetto nel 1983 e fu uno dei protagonisti della sfortunata finale di Coppa Campioni con il Liverpool persa dalla Roma ai calci di rigore il 30 maggio 1984.
Dieci anni dopo il 30 maggio 1994 si suicidò a San Marco (Frazione di Castellabate) sparandosi un colpo di pistola.
La sua morte fu un colpo al cuore per tutto il mondo del calcio, il motivo del gesto si riassumeva nel biglietto che lasciò scritto “mi sento chiuso in un buco” un atto di accusa contro il mondo del calcio che gli aveva chiuso le porte in faccia.
Dopo gli inizi nei campi polverosi di Tor Marancia approdò alle giovanili della Roma esordendo nella prima squadra durante la stagione 1972 -1973.
Nelle prime tre stagioni tra il 1973 e il 1975 si alternò tra le giovanili della Roma e la Prima Squadra realizzando anche un gol alla prima giornata del campionato 1973 – 1974 un gol contro il Bologna.
Il suo esordio da titolare avvenne nella stagione 1975 – 1976 con il Lanerossi Vicenza in Serie B.
Dal 1977 al 1984 giocò nell’AS Roma diventando il simbolo di quell’epoca d’oro, quella squadra allenata dal tecnico svedese Nils Liedholm assieme a Conti, Vierchowod, Ancelotti, Tancredi in porta, il brasiliano Falcao, l’austriaco Prohaska, Pruzzo, Tovalieri rappresentarono per quella generazione di ragazzi una speranza, soprattutto in un campionato dominato dalla Juventus.
Dopo la sfortunata finale con il Liverpool, il nuovo allenatore svedese Sven-Göran Eriksson decise che Di Bartolomei non rientrava nel suo progetto e lo inserì tra i giocatori da cedere.
Le successive stagioni (1985 – 1987) le giocò nel Milan seguendo Liedholm, la stessa squadra che lui aveva rifiutato 16 anni prima.
Purtroppo la tifoseria capitolina non gli perdonò questo trasferimento, percependo la sua partenza come un tradimento.
Trasferimento al MILAN
Durante la prima stagione al Milan (1984 – 1985) segnò una rete contro la sua ex squadra cui seguì una esultanza rabbiosa non tanto contro i tifosi ma contro la dirigenza della Roma che lo aveva messo alla porta. Purtroppo la tifoseria non capì e nella sfida di ritorno contro la sua ex squadra venne sottoposto a una dura contestazione da parte dei tifosi della Roma a causa di un contrasto piuttosto duro su Bruno Conti cui seguì una aggressione fisica da parte di Graziani generando una rissa che rischiò di provocare tafferugli da parte dei tifosi.
Durante quelle tre stagioni segnò anche un gol nel derby milanese contro l’Inter e giocò anche una finale di Coppa Italia nel 1987 vinta dalla Sampdoria.
Con l’arrivo di Arrigo Sacchi al Milan e all’età di 32 anni venne ceduto al Cesena (1988), e infine concluse la sua carriera giocando le due ultime stagioni nella Salernitana (1989, 1990) portandoli in Serie B.
Fine della carriera
Dopo il ritiro fu opinionista alla Rai durante i Campionati Mondiali di Calcio del 1990 e successivamente si stabilì a Castellabate assieme alla compagna dove fondò una scuola calcio che portava il suo nome.
In Nazionale giocò 8 partite con la Nazionale Under 21 tra il 1976 e il 1978 e segnando 7 reti ma non giocò mai nella Nazionale di A.
Caratteristiche tecniche
Agostino Di Bartolomei nasceva come difensore, tuttavia Nils Liedholm ne intuì il potenziale come centrocampista e lo posizionò davanti alla difesa dimostrando continuità, rendimento e intelligenza tattica, sopperendo la mancanza allo scatto e alla corsa.
Come Scirea, Beckenbauer venne anche schierato anche come libero o difensore centrale con ottimi risultati.
Agostino Di Bartolomei, credeva in un calcio pulito e inclusivo, un calcio dove i campioni erano silenziosi, senza tatuaggi, senza gossip e notti brave. Di Bartolomei era un professionista serio, silenzioso ma era in minoranza.
Ai tempi di Di Bartolomei la fascia di capitano si dava a persone serie, responsabili e riservate, persone che avevano un ascendente sulla squadra e che interagivano con l’arbitro per evitare che la situazione potesse degenerare nei momenti difficili.
A quei tempi la fascia di capitano non veniva data all’idolo delle folle, al caciarone, non veniva data al giocatore che colleziona ammonizioni e multe con le sue intemperanze.
Di Bartolomei era un campione dentro e fuori dal campo, non odiava la Lazio o la Juventus e non amava i calciatori rissosi che con le loro intemperanze sono spesso i responsabili anche della violenza negli stadi e che con dichiarazioni o gesti inopportuni avvelenano il clima, soprattutto dopo il derby in una città che ha già tanti problemi.
Per Di Bartolomei l’educazione era alla base della formazione del campione, tra le sue proposte era che la storia dello sport venisse insegnata nelle scuole perché solo partendo dalla scuola fenomeni come il bullismo e la violenza negli stadi potevano essere sradicati, facendo si che lo stadio tornasse ad essere un posto per famiglie.
Per Di Bartolomei non bisognava lasciare nulla al caso e bisognava essere minuziosi anche quando ci si faceva la doccia dopo l’allenamento.
Oggi viviamo in un calcio in cui i ragazzi a 10 anni chiedono ai propri genitori di avere un procuratore sportivo quando invece bisognerebbe andare per gradi.
Agostino Di Bartolomei alla Roma ci era arrivato così, per gradi e senza procuratori. In silenzio, quello stesso silenzio che contraddistingueva i campioni come Scirea, Beckenbauer, Bergomi.
I capitani della generazione di Di Bartolomei non gridavano, rispettavano l’allenatore e le sue decisioni, non facevano ostruzionismo e non assumevano atteggiamenti da vittime e meno che mai avevano manie di protagonismo, perché come diceva Bud Spencer nel film “Lo chiamavano Bulldozer” del 1978 “Non sono solo le mele marce che rovinano la squadra ma anche le prime donne“. Il merito di tutto questo fu di un grande maestro e galantuomo che fu Nils Liedholm.
Ma Di Bartolomei fu anche un campione fuori dal campo, disse di lui il portiere Astutillo Malgioglio che giocò nella Roma come vice di Franco Tancredi nella stagione 1984 – 1985 “Di Bartolomei, il nostro capitano, aveva una sensibilità particolare. Come me parlava poco, ma aveva un cuore grande. Andavamo spesso negli ospedali a trovare i bambini che erano in terapia intensiva“.
Di Bartolomei a differenza dei campioni di oggi era una persona che leggeva e studiava per farsi una idea non solo sul calcio ma anche su altri argomenti. Nel libro Cuore di De Amicis avrebbe potuto essere Garrone.
Conclusione
La generazione di Di Bartolomei credeva che una squadra di grande livello come la Nazionale Italiana protagonista della Finale Mondiale del Bernabeu dell’11 luglio 1982 si costruisse per gradi, che prima della squadra e del gruppo vengono gli amici come all’oratorio, che occorre un progetto comune, che in questo progetto comune ci si dovesse unire come nella Falange Spartana in cui il compagno è responsabile del compagno accanto e si va avanti verso un obiettivo come un sol uomo gettando il cuore oltre l’ostacolo. Questa era la Roma di Agostino Di Bartolomei e di Liedholm, un gruppo dove vigevano senso del dovere, lealtà e dignità.
Come gli eroi di Sparta che in 300 tennero testa a un milione di Persiani i capitani possono morire o scegliere di morire ma nessuno li dimenticherà.
Bibliografia essenziale
Opere citate su Di Bartolomei
- AA.VV., Calciatori – La raccolta completa Panini 1961‑2012, vol. 4 (1987–1988), Panini, 2012.
- Ivano Rebustini, Antonello Venditti. Ciao uomo. Quarant’anni oltre il sipario, Arcana, Roma 2013, ISBN 978‑88‑6231‑297‑4.
- John Foot, Calcio. 1898‑2007. Storia dello sport che ha fatto l’Italia, Rizzoli, Milano 2007, ISBN 978‑88‑17‑01392‑5.
- Enrico Maida, voce DI BARTOLOMEI, Agostino, in Enciclopedia dello Sport (Treccani), Roma 2002.
- Fabrizio Melegari (a cura di), Almanacco illustrato del calcio. La storia 1898‑2004, Panini, Modena 2004. (Wikipedia)
Opere attribuite a Agostino Di Bartolomei
Inoltre, Di Bartolomei risulta autore di un libro intitolato Il manuale del calcio – “Il calcio è semplicità”, scritto per suo figlio Luca e pubblicato da → Fandango Libri, prima nel 2012 (269 pagine), e ripubblicato in edizione tascabile nel 2021 (272 pagine) (www.luccasapiens.it).
Nel testo si trovano riflessioni, consigli e principi di gioco (etica, rispetto, semplicità) tramandati da Di Bartolomei a Luca, con prefazione del giornalista Gianni Mura (Università di Roma Tor Vergata).
Altri libri dedicati a Di Bartolomei (biografie e approfondimenti)
Benchè non scritti direttamente da lui, esistono diversi libri biografici che trattano la sua vicenda e il suo lascito:
- Giovanni Bianconi & Andrea Salerno, L’ultima partita. Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei (ed. Fandango Libri, 2010 e nuove edizioni fino al 2024) (Unilibro).
- Lorenzo Latini, Di Bartolomei. Il cuore dentro alle scarpe (Garrincha Edizioni, 2024) (Unilibro).
Riepilogo
| Tipo di opera | Titolo / Autore | Editore / Anno |
|---|---|---|
| Fonti su Di Bartolomei | AA.VV., Calciatori, vol. 4 (Panini) | Panini, 2012 |
| Ivano Rebustini, Antonello Venditti. Ciao uomo | Arcana, 2013 | |
| John Foot, Calcio. 1898‑2007 | Rizzoli, 2007 | |
| Enrico Maida, voce Treccani | Enciclopedia dello Sport, 2002 | |
| Fabrizio Melegari (a cura di), Almanacco illustrato | Panini, 2004 | |
| Opera autobiografica | Il manuale del calcio – Il calcio è semplicità | Fandango Libri, 2012; ristampa 2021 |
| Biografie / approfondimenti | Bianconi & Salerno, L’ultima partita | Fandango, varie edizioni |
| Lorenzo Latini, Il cuore dentro alle scarpe | Garrincha, 2024 |
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