a cura di Giovanni Di Silvestre
È morto Osvaldo Bagnoli. Con i suoi 91 anni se n’è andato un pezzo di cuore del nostro sport. Se n’è andato il “Prof”. Per capire chi sia stato davvero, dobbiamo tornare al campionato 1984-1985.
Quell’anno, a fine maggio, il calcio europeo toccò il suo punto di non ritorno con la tragedia dell’Heysel. La Juventus alzò una Coppa dei Campioni bagnata dal sangue di trentanove tifosi. Fu il segnale spartiacque: stava nascendo il calcio del profitto esasperato, delle pay-tv, dei calciatori trasformati in icone pop da copertina e delle scommesse. Eppure, proprio in quella stessa stagione, il calcio italiano aveva espresso l’esatto contrario. Un miracolo sportivo e sociale: lo scudetto del Verona di Osvaldo Bagnoli.
Bagnoli non cercava i top player sul mercato; li costruiva, valorizzando chi era rimasto ai margini. Arrivato a Verona nel 1981 in Serie B, in quattro anni plasmò una cooperativa di veri e propri “operai” del pallone. In porta c’era Claudio Garella, sgraziato ma efficacissimo, che due anni dopo si sarebbe ripetuto a Napoli con Maradona. A spingere sulla fascia c’era Hans-Peter Briegel, un autentico “panzer” arrivato nell’estate dell’84 dopo aver disputato la finale dei Mondiali ’82 con la Germania Ovest. Davanti, l’estro del vichingo Preben Elkjær Larsen, un fuoriclasse ribelle dai piedi di seta. E poi il cervello tattico di Antonio Di Gennaro, l’affidabilità di Roberto Tricella, Domenico Volpati, Pietro Fanna e Giuseppe Galderisi.
Nessuno di loro era Platini, Maradona o Rummenigge. Ma insieme formavano un ingranaggio perfetto. Vinsero lo scudetto contro i giganti del miliardo, guidati dal celebre dogma bagnoliano: “Tersin fa ‘l tersin” – ognuno faccia il suo mestiere, senza fronzoli. Con 384 panchine in gialloblù, Bagnoli ha siglato un record eterno.
Lasciata Verona, il Prof non si fermò. Al Genoa compì un altro miracolo: tra il 1989 e il 1991 rigenerò una piazza gloriosa ma spenta. La riportò in Serie A e poi dritta in Europa, fino alla storica semifinale di Coppa UEFA ad Anfield contro il Liverpool. Sotto la sua guida esplosero l’uruguaiano Carlos Aguilera e il gigante ceco Tomáš Skuhravý, reduce dai 5 gol a Italia ’90.
Nel 1992 arrivò la sfida più complessa: l’Inter. Una corazzata da ricostruire dopo la fallimentare gestione di Corrado Orrico e l’esclusione dalle coppe. La squadra contava ancora su campioni del mondo come Andreas Brehme e Lothar Matthäus, ormai alla fine del loro ciclo nerazzurro. Il primo anno fu comunque una cavalcata straordinaria, culminata con il secondo posto alle spalle del Milan. Splendette Ruben Sosa con i suoi 20 gol (un addio, il suo alla Lazio, che mi spezzò il cuore), insieme a Totò Schillaci – smarritosi nella Juventus “maifrediana” – e alla spinta di Gigi De Agostini. C’erano l’esperienza di Bergomi e Giuseppe Baresi, la delusione della Scarpa d’Oro Darko Pančev e il talento fugace di Matthias Sammer, che lasciò Milano dopo pochi mesi. A dare equilibrio a gennaio arrivò Antonio Manicone. Quell’Inter beneficiò anche di una particolarità: senza l’impegno infrasettimanale delle coppe e con meno titolari impiegati nella Nazionale di Arrigo Sacchi rispetto al Milan, la squadra poteva allenarsi stabilmente al completo, arrivando fresca ai match domenicali.
Nel secondo anno, però, il meccanismo si ruppe. Dall’Ajax arrivarono Dennis Bergkamp e Wim Jonk. Ma il genio individualista di Bergkamp non poteva legare con il calcio collettivo e di sacrificio di Bagnoli.
Fuori dagli stadi, intanto, l’Italia del 1993 stava cambiando pelle. Era la fine della Prima Repubblica, un Paese scosso dalle stragi di mafia e dal ciclone di Tangentopoli. I telegiornali aprivano quotidianamente sulle manette davanti al Tribunale di Milano, mentre il Milan di Silvio Berlusconi dominava la scena calcistica. Dopo un derby di Coppa Italia vinto dai rossoneri, sui giornali rimbalzò una frase tagliente attribuita a Bagnoli: “Speriamo che arrestino Berlusconi”. Non si seppe mai se fosse vera o strumentalizzata, ma segnò una frattura insanabile in quel clima polarizzato. In quel periodo emerse anche il lato peggiore del tifo: l’invidia che portava a gufare le squadre italiane impegnate in Europa, una deriva opposta alla cultura sportiva che ho sempre difeso, che si tratti di derby di Roma, Milano, Torino o Genova.
Nel corso della stagione 1993-1994, Bagnoli capì che il vento era cambiato. Si guardò intorno e ammise a se stesso: “Ho capito che avrei dovuto smettere”. E si ritirò.
Oggi lo inserisco di diritto nel pantheon degli allenatori operai. Tecnici che gestivano la rosa con la diligenza del buon padre di famiglia: a cui davi dieci lire e tornavano a casa con pane e pomodoro, senza pretendere il caviale. Penso a Tommaso Maestrelli e alla Lazio dello scudetto del ’74, a Eugenio Fascetti e alla Lazio dei -9, a Zdeněk Zeman e al Foggia dei miracoli, fino a Maurizio Sarri. Figure distanti dal calcio contemporaneo, dove molti tecnici non accettano una panchina se non hanno in dote Mbappé o Haaland.
Con Bagnoli scompare definitivamente un calcio romantico e identitario. Quello di Gigi Riva che rifiutò la Juventus per restare a Cagliari; di Glenn Strömberg che legò la vita a Bergamo; di Giorgio Chinaglia e Luciano Re Cecconi nella folle e meravigliosa Lazio del 1974. Il calcio raccontato dalla voce di Sandro Ciotti a Tutto il calcio minuto per minuto e dai servizi di Paolo Valenti a 90° Minuto.
Ciao Prof, e grazie. Grazie per averci ricordato che per vincere non servono necessariamente i fuoriclasse miliardari, ma gli uomini, il collettivo e il cuore da gettare oltre l’ostacolo.
Bibliografia di riferimento
Per inquadrare storicamente la figura di Osvaldo Bagnoli, il contesto socio-politico degli anni ’80 e ’90 e l’evoluzione del calcio da sport popolare a industria televisiva, si consigliano i seguenti testi:
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Bagnoli, O. & Tommasi, R. (1987). Il calcio fa bene. Milano: Rizzoli.
(L’autobiografia in cui il “Prof” espone la sua filosofia del lavoro, del gruppo e il rifiuto dei personalismi).
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Chiesa, C. F. (2012). Il grande romanzo dello scudetto. Ventunesima puntata: Verona e Napoli cambiano la geografia del calcio. In Calcio 2000, numero speciale.
(Un’analisi dettagliata del contesto tattico e storico del campionato 1984-85).
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Foot, J. (2007). Calcio. 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia. Milano: Rizzoli.
(Testo chiave di Public History calcistica che analizza come le vicende del pallone si intreccino costantemente con la storia politica e sociale italiana, da Tangentopoli all’ascesa di Berlusconi).
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Lanfranchi, P. & Taylor, M. (2001). Moving with the Ball: The Migration of Professional Footballers. Oxford: Berg.
(Utile per comprendere la transizione dal calcio nazionale e “operaio” alla globalizzazione delle rose dei primi anni ’90, coincidente con gli arrivi di Bergkamp e del mercato internazionale).
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Petrini, C. (2000). Nel fango del dio pallone. Roma: Kaos Edizioni.
(Testo di rottura che documenta la fine dell’innocenza del calcio italiano tra scommesse, doping e l’avvento del business esasperato degli anni ’80).
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Veneri, M. (2014). I ragazzi dello scudetto. Quando il Verona fece tremare l’Italia. Verona: Scripta Edizioni.
(Monografia interamente dedicata alla costruzione sociale e sportiva del miracolo dell’Hellas Verona).
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