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      5 Maggio – Manzoni e l’Ode che ha fatto la storia

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      Napoleone (Ajaccio, 15 agosto 1769 – Isola di Sant'Elena, 5 maggio 1821) sul campo di battaglia nel dipinto di Horace Vernet (1789 - 1863). Shutterstock

      a cura redazione BLOG Giano PH

      Il 5 maggio non è solo una data qualunque nel calendario: per la letteratura italiana, è il giorno che ci riporta a uno dei testi poetici più intensi e celebri di Alessandro Manzoni.

      Nel 1821, alla notizia della morte di Napoleone Bonaparte avvenuta il 5 maggio a Sant’Elena, Manzoni compose di getto un’ode straordinaria. Un testo che unisce rigore classico, sentimento religioso e riflessione storica in soli 108 endecasillabi.

      Napoleone, il “protagonista” del secolo

      Manzoni non scrive un elogio politico, né una condanna morale: tratteggia invece la parabola di un uomo straordinario, capace di cambiare il destino dell’Europa. Dalla fulminea ascesa all’amara sconfitta, fino alla solitudine dell’esilio, Napoleone diventa per Manzoni un simbolo della grandezza e della fragilità umana.

      Un capolavoro censurato

      Il componimento fu subito proibito dalla censura austriaca: troppo potente il richiamo al mito napoleonico, troppo scomoda la riflessione storica. Eppure, proprio la sua “clandestinità” contribuì a farne un’opera leggenda. Pubblicata all’estero e circolata in segreto, Il Cinque Maggio divenne uno dei testi più letti e studiati dell’Ottocento.

      La forza della fede

      Il vero colpo di scena dell’ode è nel finale: non la gloria militare, ma il rapporto con Dio è l’elemento decisivo. L’incontro tra Napoleone e la fede, durante l’esilio, è visto da Manzoni come una forma di redenzione personale e spirituale.

      “Fu vera gloria? Ai posteri / l’ardua sentenza…”

      Con questi versi immortali, Manzoni lascia il giudizio sospeso, ma allo stesso tempo invita il lettore a interrogarsi sul senso della storia e sul destino dell’uomo.


      Bibliografia

      • Alessandro Manzoni, Il Cinque Maggio (testo e commento), a cura di Ezio Raimondi, Garzanti, Milano, 1993.
        Edizione con testo commentato e introduzione storico-letteraria.
      • Natalino Sapegno, Alessandro Manzoni, Laterza, Bari, 1984.
        Un classico della critica manzoniana, utile per comprendere il pensiero dell’autore.
      • Lina Bolzoni, La retorica della memoria. Manzoni e il potere della parola, Einaudi, Torino, 2001.
        Analisi del linguaggio manzoniano e del valore simbolico dell’ode.
      • Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana, vol. 3, Dall’Ottocento al primo Novecento, Mondadori, Milano, 2006.
        Contesto storico e letterario generale, con sezione su Manzoni.
      • Sergio Romagnoli, Manzoni e Napoleone. Il mito, la storia, la poesia, Il Mulino, Bologna, 1990.
        Studio approfondito del rapporto tra Manzoni e la figura di Napoleone.
      • Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, vol. II, 1870.
        Uno dei primi critici a interpretare profondamente il significato dell’ode.

       

      Alessandro Manzoni (1785-1873) Il 5 maggio 1821
      Alessandro Manzoni (Milano 1785-1873), dopo un soggiorno dal 1805 al 1810 a Parigi, con la madre Giulia Beccaria (figlia di Cesare, l’autore del Dei delitti e delle pene), vive a Milano, ove sposa Enrichetta Blondel, calvinista poi convertita al cattolicesimo (che gli darà dieci figli), e a Brusuglio; torna anch’egli alla fede cattolica, che ne ispira tutta la produzione successiva, orientata verso le idee romantiche e ispirata a una concezione nazionale e cristiana della storia. Rimasto vedovo nel 1833, sposa nel 1837 Teresa Borri, vedova Stampa; è nominato senatore del regno (1860) e cittadino onorario di Roma. Dopo le poesie giovanili, tra cui In morte di Carlo Imbonati, il compagno della madre (1816), e il poemetto Urania (1809), scrive gli Inni Sacri (1816), cui si aggiunge La Pentecoste (1822); le tragedie Il conte di Carmagnola (1819) e Adelchi (1822); le odi Marzo 1821 e Il Cinque Maggio (1821); in prosa, le Osservazioni sulla morale cattolica (1819), il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia (1822), il romanzo I promessi sposi (1827 e 1840-42), il suo capolavoro, e varie opere minori, tra cui la Storia della colonna infame (1842), il Discorso del romanzo storico e, in genere, dei componimenti misti di storia e d’invenzione (1845) e La rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859 (postumo, 1889), nonché alcuni scritti sulla lingua (Sulla lingua italiana, 1850). (Fonte Treccani)

       

      Ei fu. Siccome immobile,
      dato il mortal sospiro,
      stette la spoglia immemore
      orba di tanto spiro,
      5        così percossa, attonita
      la terra al nunzio sta,
      muta pensando all’ultima
      ora dell’uom fatale;
      né sa quando una simile
      10      orma di piè mortale
      la sua cruenta polvere
      a calpestar verrà.
      Lui folgorante in solio
      vide il mio genio e tacque;
      15      quando, con vece assidua,
      cadde, risorse e giacque,
      di mille voci al sonito
      mista la sua non ha:
      vergin di servo encomio
      20      e di codardo oltraggio,
      sorge or commosso al subito
      sparir di tanto raggio;
      e scioglie all’urna un cantico
      che forse non morrà.
      25      Dall’Alpi alle Piramidi,
      dal Manzanarre al Reno,
      di quel securo il fulmine
      tenea dietro al baleno;
      scoppiò da Scilla al Tanai,
      30      dall’uno all’altro mar.
      Fu vera gloria? Ai posteri
      l’ardua sentenza: nui
      chiniam la fronte al Massimo
      Fattor, che volle in lui
      35      del creator suo spirito
      più vasta orma stampar.
      La procellosa e trepida
      gioia d’un gran disegno,
      l’ansia d’un cor che indocile
      40      serve pensando al regno;
      e il giunge, e tiene un premio
      ch’era follia sperar;
      tutto ei provò: la gloria
      maggior dopo il periglio,
      45      la fuga e la vittoria,
      la reggia e il tristo esiglio;
      due volte nella polvere,
      due volte sull’altar.
      Ei si nomò: due secoli,
      50      l’un contro l’altro armato,
      sommessi a lui si volsero,
      come aspettando il fato;
      ei fe’ silenzio, ed arbitro
      s’assise in mezzo a lor.
      55      E sparve, e i dì nell’ozio
      chiuse in sì breve sponda,
      segno d’immensa invidia
      e di pietà profonda,
      d’inestinguibil odio
      60      e d’indomato amor.
      Come sul capo al naufrago
      l’onda s’avvolve e pesa,
      l’onda su cui del misero,
      alta pur dianzi e tesa,
      65      scorrea la vista a scernere
      prode remote invan;
      tal su quell’alma il cumulo
      delle memorie scese!
      Oh quante volte ai posteri
      70      narrar sé stesso imprese,
      e sull’eterne pagine
      cadde la stanca man!
      Oh quante volte, al tacito
      morir d’un giorno inerte,
      75      chinati i rai fulminei,
      le braccia al sen conserte,
      stette, e dei dì che furono
      l’assalse il sovvenir!
      E ripensò le mobili
      80      tende, e i percossi valli,
      e il lampo de’ manipoli,
      e l’onda dei cavalli,
      e il concitato imperio,
      e il celere ubbidir.
      85      Ahi! Forse a tanto strazio
      cadde lo spirto anelo,
      e disperò; ma valida
      venne una man dal cielo
      e in più spirabil aere
      90      pietosa il trasportò;
      e l’avviò, pei floridi
      sentier della speranza,
      ai campi eterni, al premio
      che i desideri avanza,
      95      dov’è silenzio e tenebre
      la gloria che passò.
      Bella Immortal! benefica
      Fede ai trionfi avvezza!
      scrivi ancor questo, allegrati;
      100        ché più superba altezza
      al disonor del Golgota
      giammai non si chinò.
      Tu dalle stanche ceneri
      sperdi ogni ria parola:
      105        il Dio che atterra e suscita,
      che affanna e che consola,
      sulla deserta coltrice
      accanto a lui posò.