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    La guerra non ha un volto di donna: il coraggio silenzioso delle soldatesse sovietiche

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    Marina Raskova

    a cura redazione BLOG Giano PH

    Svetlana Aleksievič, giornalista e scrittrice bielorussa insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 2015, ha dedicato gran parte della sua opera a raccogliere le voci sommerse di coloro che la Storia ufficiale ha spesso ignorato. Pubblicato per la prima volta nel 1983 ma uscito in forma completa soltanto dopo la fine della censura sovietica, La guerra non ha un volto di donna (У войны не женское лицо) è forse il suo libro più emblematico. In esso Aleksievič dà spazio a un coro di testimonianze femminili che raccontano l’esperienza della Seconda guerra mondiale dal fronte più inedito: quello delle donne combattenti.

    Un archivio di voci e di memoria

    L’Armata Rossa vide arruolarsi centinaia di migliaia di donne: aviatici, carriste, mediche, infermiere, telegrafiste, cecchine. Giovani ragazze, spesso poco più che adolescenti, spinte da un senso di dovere e di amore per la patria, ma anche da motivazioni personali, dal desiderio di vendicare padri e fratelli uccisi. Queste donne hanno partecipato in prima linea ai combattimenti, spesso con un eroismo che la propaganda sovietica celebrava in termini astratti, senza però dar voce alle loro esperienze individuali.

    Aleksievič ha viaggiato per anni in tutta l’Unione Sovietica per incontrarle, registrando le loro storie con un registratore portatile. Il risultato è un imponente mosaico di ricordi: centinaia di interviste che restituiscono la dimensione quotidiana, intima e sensoriale della guerra. Non un resoconto di strategie militari o di grandi battaglie, ma la cronaca minuziosa di come la guerra trasforma i corpi e le coscienze.


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    Il dolore e la censura

    Fin dall’inizio, il progetto di Aleksievič si è scontrato con la diffidenza delle autorità sovietiche. Il potere politico temeva che queste voci rivelassero aspetti troppo umani e contraddittori del conflitto: la paura, l’orrore, la fatica, il disgusto. Soprattutto, faceva scandalo che le donne raccontassero di aver dovuto rinunciare alla loro femminilità, ai propri sogni, alla propria giovinezza, e che la guerra avesse lasciato in loro ferite invisibili e incancellabili.

    Il manoscritto subì numerosi tagli e rifiuti: si accusava l’autrice di «infangare il mito eroico» e di «disonorare la vittoria sovietica». Solo con la perestrojka e la caduta della censura il libro poté finalmente essere pubblicato nella sua interezza.

    La guerra come esperienza disumana

    Nei racconti raccolti, ricorre un senso di spaesamento: la difficoltà di riconoscere se stesse nei gesti di violenza, l’orrore di vedere corpi smembrati, il gelo delle trincee, la paura di morire senza che nessuno sapesse nemmeno il nome della caduta. Una delle testimoni confessa:

    «Non piangevo per paura. Piangevo per la vergogna. Mi vergognavo di sparare, di uccidere. Sapevo che dovevo farlo, ma non riuscivo a convincermi che fosse giusto.»

    Il racconto si spinge anche oltre: molte donne, dopo la guerra, hanno dovuto affrontare il sospetto di non essere più “vere donne”. I pregiudizi patriarcali le dipingevano come corrotte, come incapaci di tornare alla vita domestica. Di fronte alla retorica celebrativa che le voleva solo eroine o martiri, Aleksievič restituisce la complessità di esistenze frantumate, segnate dalla colpa, dal lutto e dalla nostalgia per ciò che la guerra ha irrimediabilmente sottratto.

    Uno stile letterario unico

    Lo stile di Svetlana Aleksievič è lontano dal reportage tradizionale. Lei stessa definisce la propria scrittura «romanzo di voci». Non interviene con commenti, non giudica, non analizza: si limita a tessere le testimonianze in una narrazione polifonica che diventa un unico organismo narrativo. La frammentazione, le ripetizioni, i silenzi sono parte del linguaggio di queste donne, e l’autrice li conserva senza filtrarli.

    La potenza del libro sta anche nella sua dimensione orale: leggendo queste pagine si ha l’impressione di ascoltare le voci in presa diretta, di sentirne i timbri, le esitazioni, le lacrime. È un effetto che rende la lettura commovente e a tratti insostenibile.

    Un’opera universale

    Sebbene radicato nella storia sovietica, La guerra non ha un volto di donna ha un valore universale. Le questioni che solleva — il rapporto tra memoria e oblio, tra eroismo e vulnerabilità, tra pubblico e privato — parlano a tutti i popoli e a tutte le epoche. È un atto di restituzione: a queste donne viene finalmente riconosciuto il diritto di raccontare la verità della propria esperienza.

    Oggi il libro è tradotto in molte lingue e viene studiato come una delle opere più significative sulla guerra del Novecento. È anche un documento necessario per riflettere su come le narrazioni ufficiali spesso cancellino le storie più scomode, quelle che mettono in discussione i miti fondanti di un’intera nazione.

    Conclusione

    Svetlana Aleksievič, con la sua pazienza, la sua empatia e il suo talento letterario, ha scritto un’opera che non è solo un libro di testimonianze: è un monumento alla memoria femminile, un atto di giustizia verso chi non ha mai potuto raccontare la propria verità. La guerra non ha un volto di donna ci insegna che dietro ogni conflitto ci sono esseri umani che soffrono, che amano e che ricordano — e che nessuna retorica potrà mai cancellare le loro voci.


    Opere tradotte in italiano

    1. “Preghiera per Černobyl’”
      • Titolo originale: Чернобыльская молитва (Černobyl’skaja molitva)
      • Edizione italiana: Edizioni e/o, varie ristampe
      • Anno di pubblicazione in Italia: 2002
      • Tema: Le testimonianze delle vittime del disastro nucleare di Černobyl’.
    2. “Ragazzi di zinco”
      • Titolo originale: Цинковые мальчики (Cinkovye mal’chiki)
      • Edizione italiana: Edizioni e/o
      • Anno: 2003 (ultima edizione italiana aggiornata)
      • Tema: Le voci dei soldati sovietici che combatterono nella guerra in Afghanistan.
    3. “Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo”
      • Titolo originale: Время секонд хенд (Vremja sekond khend)
      • Edizione italiana: Bompiani
      • Anno: 2014
      • Tema: Le memorie della transizione post-sovietica in Russia.
    4. “La guerra non ha un volto di donna”
      • Titolo originale: У войны не женское лицо (U vojny ne ženskoe lico)
      • Edizione italiana: Edizioni e/o
      • Anno: 2015
      • Tema: Le testimonianze di donne sovietiche che combatterono nella Seconda guerra mondiale.
    5. “Ultimi testimoni. I bambini della Seconda guerra mondiale”
      • Titolo originale: Последние свидетели (Poslednie svideteli)
      • Edizione italiana: Edizioni e/o
      • Anno: 2016
      • Tema: I ricordi di bambini che hanno vissuto la Seconda guerra mondiale.

    Premi

    • Premio Nobel per la Letteratura (2015)
      Motivazione: «per la sua scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo.»

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