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    La bonifica dell’Agro Pontino: ingegneria, ideologia e trasformazione del paesaggio nell’Italia del Novecento

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    Fonte: www.cinecitta.com

    a cura redazione BLOG Giano PH

    Contesto storico e geografico

    L’Agro Pontino, esteso tra Roma e Terracina, era storicamente una regione paludosa e insalubre. Già in epoca romana erano stati tentati interventi di regimazione idraulica, ma con il declino dell’Impero e l’abbandono delle infrastrutture, l’area tornò ad essere prevalentemente inabitabile. Tra il XVI e il XIX secolo si susseguirono progetti di bonifica parziale, spesso fallimentari o incompleti, nonostante gli sforzi dei papi e di diversi stati preunitari.

    ⁠La bonifica fascista: tecniche e obiettivi

    L’intervento definitivo prese forma a partire dal 1928 con la legge sulla bonifica integrale (L. 3134/1928), che sanciva l’impegno dello Stato nella trasformazione dei territori paludosi in terre produttive. Il regime fascista fece della bonifica dell’Agro Pontino un progetto emblematico della propria ideologia: ordine, disciplina, produttività e italianizzazione del territorio.

    Dal punto di vista tecnico, la bonifica si articolò in tre fasi principali:
    • Disboscamento e prosciugamento delle paludi tramite canali di scolo e impianti idrovori;
    • Regolazione idraulica permanente, con la costruzione di dighe, canali e bacini;
    • Colonizzazione agricola, con la creazione di poderi, infrastrutture e nuovi centri urbani.

    ⁠Urbanistica e architettura: città nuove e razionalismo

    Uno degli aspetti più significativi fu la fondazione di nuove città pianificate, tra cui Littoria (oggi Latina), Sabaudia, Pontinia, Aprilia e Pomezia. Questi centri furono progettati secondo i principi dell’urbanistica razionalista, con una chiara gerarchia spaziale, edifici pubblici monumentali e ampi spazi aperti.

    Le città della bonifica si configuravano come strumenti di controllo sociale e culturale, oltre che come vetrine del modernismo architettonico italiano, in un’ottica di esaltazione della ruralità “pura” e della produttività agricola.

    ⁠Impatto sociale e migrazioni interne

    La colonizzazione dell’Agro Pontino fu affidata a famiglie di coloni, prevalentemente provenienti dal Veneto e dall’Emilia-Romagna, selezionate secondo criteri di efficienza agricola e “affidabilità politica”. Si trattò di un processo di migrazione interna guidata dallo Stato, che comportò un’ampia riorganizzazione sociale e culturale del territorio.

    Accanto all’opera di infrastrutturazione, fu condotta una campagna sanitaria contro la malaria, attraverso l’uso massiccio del DDT (in seguito anche da parte dell’OMS), che contribuì all’eradicazione della malattia entro gli anni ’50.

    ⁠Eredità e interpretazioni contemporanee

    La bonifica dell’Agro Pontino è oggi considerata un caso emblematico di “paesaggio costruito”, espressione di un’ideologia e di una visione del mondo. Pur riconoscendo il successo tecnico dell’intervento, gli studi contemporanei ne analizzano criticamente le implicazioni ideologiche, la rigidità sociale imposta ai coloni e il ruolo di propaganda svolto a livello nazionale e internazionale.

    Allo stesso tempo, l’area bonificata ha sviluppato un’identità agricola forte, diventando uno dei poli produttivi più importanti del Centro Italia, ma anche un interessante laboratorio di studio per l’urbanistica novecentesca, le dinamiche migratorie interne e l’interazione tra uomo e ambiente.


    Bibliografia:

    • A. Cederna, Mussolini urbanista, Laterza, 1979
    • M. Isnenghi (a cura di), Gli italiani in guerra, UTET, 2008
    • P. Nicoloso, Mussolini architetto, Einaudi, 2011
    • G. De Vecchis, “La bonifica integrale: aspetti geografici e sociali”, in Geostorie, 2015
    • Centro Studi Angelo Tomassini, Le paludi contese. Storie e narrazioni delle Paludi Pontine tra Ottocento e Novecento, Casa dell’Architettura Edizioni, 2025

    Video
    Dall’acquitrino alle giornate di Littoria – 1933 (Istituto Luce)