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Gottardo Personeni: l’internato militare italiano che si oppose al nazifascismo

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di Samuele Chiodelli

Nel maggio 2022 ebbi l’opportunità di conoscere e intervistare l’alpino bergamasco Gottardo Personeni, residente a Clusone, in provincia di Bergamo, nell’alta Valle Seriana.  A prima vista il Dottor Personeni appariva come un uomo schivo e riservato, ma dopo aver preso confidenza, iniziò a raccontare con sorprendente lucidità e precisione la sua storia. Una testimonianza che ci riporta indietro di ottant’anni, a partire dal febbraio 1943, quando il signor Gottardo si trovò coinvolto nella Seconda guerra mondiale.

Arruolato con un anno di ritardo perché studente universitario, Personeni fu assegnato al deposito del 2° Reggimento di artiglieria alpina da montagna di Merano, nella batteria ufficiali. Dopo un periodo di addestramento in caserma, la sua vita venne sconvolta con l’annuncio dell’armistizio: l’8 settembre 1943, quando fu catturato dai tedeschi, trasferito prima a Bolzano e poi, dopo una settimana di viaggio su un carro merci, in un campo di lavoro sulla costa polacca del Mar Baltico. Divenne così uno dei 600.000 soldati italiani catturati dai nazisti e internati nei campi di prigionia per aver rifiutato di aderire all’esercito tedesco e alla Repubblica Sociale Italiana. La loro resistenza passiva li condannò a mesi di privazioni e sofferenze, terminate solo alla fine del conflitto.

La prigionia di Personeni fu segnata da continui trasferimenti, fino a Bochum, in Germania, dove lavorò per circa otto mesi in una miniera di carbone. Uno degli episodi più dolorosi della sua esperienza avvenne una sera, mentre il giovane tornava dalla miniera al campo di prigionia. Approfittando del buio, l’alpino si allontanò momentaneamente dalla colonna di prigionieri per raggiungere un piccolo forno e scambiare i suoi “buoni tedeschi per il pane”. Sfortunatamente, nel tentativo di ricongiungersi ai compagni, venne fermato dalla polizia tedesca e condotto al comando del campo. Il comandante, senza ascoltare spiegazioni, lo punì brutalmente: dopo uno schiaffo iniziale, gli inflisse venti colpi sulla schiena. Personeni perse i sensi e venne abbandonato dalle guardie, ma i suoi compagni di baracca lo soccorsero e lo riportarono al suo giaciglio. Il suo corpo si riempì di piaghe e, ancora dopo ottant’anni, portava le cicatrici di quella tortura, che lo rese invalido per tutta la vita.

Le sofferenze per lui non terminarono. Dopo essere stato trasferito nel piccolo centro di Bedburg, grazie alla conoscenza della lingua tedesca divenne interprete e smise di lavorare in miniera. Fu liberato nell’aprile 1945 da un reparto di fanteria americano e iniziò il lungo viaggio di rientro in Italia, percorrendo buona parte della Germania a piedi. Attraversò città come Bamberg, Norimberga, Ingolstadt (dove superò il Danubio), Monaco e Innsbruck, fino a raggiungere un centro di raccolta americano, che gli permise di tornare in patria. Arrivato a casa in condizioni fisiche precarie, fu costretto a rimanere a letto per un’intera estate, ma alla fine del 1945 poté riprendere gli studi di farmacia all’Università di Pavia, dove si laureò tre anni più tardi.

Gottardo Personeni fu tra quegli Internati Militari Italiani (IMI) che riuscirono a tornare a casa. Circa 50.000 persero invece la vita nei campi di lavoro europei a causa delle terribili condizioni igieniche, della denutrizione e delle malattie come il tifo e la tubercolosi. Al ritorno in Italia, gli IMI si scontrarono con una società che a lungo ignorò la loro vicenda. Solo dagli anni ’90 gli studi storici iniziarono a riconoscere il valore della loro resistenza passiva come un contributo essenziale alla caduta del Nazifascismo e alla liberazione dell’Italia e dell’Europa. Dal 2006 lo Stato italiano decise di rendere omaggio ai loro sacrifici attraverso il conferimento di una medaglia d’onore, un tardivo ma doveroso riconoscimento per il coraggio e la dignità con cui tanti uomini affrontarono la prigionia.


Samuele Chiodelli è studente al secondo anno del corso di laurea magistrale in Scienze Storiche e ha conseguito la laurea triennale in Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano. Da diversi anni è membro e collaboratore dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci (ANCR) di Bergamo, con cui ha realizzato il progetto “Le voci della memoria: i reduci raccontano”. In questa iniziativa ha raccolto e filmato le testimonianze degli ultimi reduci bergamaschi che hanno partecipato alla Seconda guerra mondiale. E’ socio di Giano Public History APS.


BIBLIOGRAFIA:

  • Mario Avagliano e Marco Palmieri, I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945), Il Mulino 2021.
  • Gabriele Hammermann, Gli Internati militari italiani in Germania 1943-1945, il Mulino 2019.